Recensioni

Mi sembra di visualizzarli entrambi, che camminano con passo dinoccolato, immersi nel pulviscolo atmosferico della città addormentata, Cass McCombs e il tossico di Leavenworth che insiste nell’affermare che sotto la Transamerica Pyramid di San Francisco esista un portale per gli inferi. Non è l’inizio di un racconto di Burroughs, ma il testo di Asphodel, una delle nuove canzoni di McCombs. I prati di Asfodelo, per gli antichi greci, erano la destinazione dell’aldilà per gli uomini comuni, per le anime ordinarie, una versione economica dell’Eliseo a cinque stelle. Mi fa sorridere come l’enigmatico crooner californiano, il simbolista folk, l’inafferrabile e versatile storyteller della modernità, si diverta a farci vedere un film – che avrebbe potuto dirigere Kenneth Anger – con mille personaggi figli delle ambiguità umane, delle conciliazioni fra opposti.
McCombs è un tipo che non sembra mai stare fermo troppo a lungo: nel 2023 ha collaborato con un’amica maestra d’asilo per realizzare un album di musica per bambini. L’anno dopo, ha pubblicato a sorpresa Seed Cake On Leap Year, un disco di registrazioni inedite, all’inizio del 2025, in duetto con Jenny Lewis, è stata la volta del singolo Big Mother, nella compilation Super Bloom, per raccogliere fondi a seguito degli incendi boschivi di Los Angeles. E oggi il signor McCombs è nuovamente pronto per fare ciò che sa fare meglio, raccontare il presente nello spazio di un’evoluzione, come se nei suoi brani esistesse sempre un prima e un dopo. A riprova che nello storytelling dei grandi maestri Cass sguazza a meraviglia.
I sedici brani di Interior Live Oak segnano così un ritorno discografico che sembra riuscire a raccogliere tutto ciò che McCombs ha creato in oltre due decenni di sperimentazione, per penetrare con una luce diretta e illuminante nella crepa lasciata là, senza cure, nel territorio della speranza più timida, dell’epica silenziosa, un mondo in cui non ci si fa notare eppure si brilla comunque. Agisce di soppiatto il buon Cass, un artista che, nell’epoca della velocità assoluta e dell’ansia del fare, cerca una via alternativa per farsi strada tra il rumore del presenzialismo e la scoperta di un momento di presenza, di bellezza. Banalmente va sempre alla ricerca della verità, ma senza le vesti del santone o del maestro che desidera insegnare qualcosa agli altri.
La coerenza e la solidità che accompagnano la produzione artistica di McCombs da più di vent’anni non mancano nemmeno in Interior Live Oak: si riconosce l’eccezionale (e sottovalutato) talento di Cass come paroliere e musicista, che mette in mostra una maturità conquistata col tempo e coi dischi, in un perfetto equilibrio tra concisione e varietà. Il disco vede McCombs incorporare le strutture più essenziali dei brani con l’aiuto di alcuni dei suoi primi collaboratori, tra cui Jason Quever alla batteria e al violoncello e il bassista e chitarrista Chris Cohen. McCombs ha registrato gran parte del nuovo materiale nella Bay Area, non lontano da dove aveva mosso i primi passi nella musica e ulteriori registrazioni fatte a New York City hanno portato con sé il contributo di altri collaboratori di lunga data come Matt Sweeney e Mike Bones, il cui lavoro alla chitarra è sempre stato un complemento favorevole allo stile distintivo di Cass. Interior Live Oak espande simultaneamente la sua visione e rappresenta un ritorno alle origini, segnato anche dalla scelta della casa discografica, la Domino Records, come a dire che per andare avanti a volte è proprio bene tornare dove tutto è iniziato.
Le canzoni di Cass McCombs sono lente, languide e bellissime, il che sembra il giusto contrappeso ai nostri tempi frenetici. In questo promemoria per rallentare che confeziona il musicista abitano sottile purezza, inesauribile nostalgia e versatile scrittura. Ciò che distingue Interior Live Oak è la sua coesione, nonostante la gamma di stati d’animo a cui si abbandona Cass McCombs. E non credo significhi sminuire il suo talento come interprete affermando che la risorsa più preziosa qui sia il materiale. Un crooner affascinante e rilassato che raramente alza la voce, e impreziosisce queste canzoni invitanti aggiungendo sottili tocchi di colore, dalla chitarra psichedelica al violoncello spettrale. Le sue melodie eleganti sono la porta d’accesso a una raccolta di racconti empatici su personaggi dalla presa incerta sulla realtà.
Per McCombs, uno dei migliori parolieri dei nostri tempi, la musica è sempre stata una metafora, usata per affrontare la condizione umana. E, a partire dall’apertura affidata a Priestess, un’elegia consumata, un’ode spettinata dal calore vivido e misterioso, McCombs si diverte con riferimenti oscuri, tra John Prine e Zeus, tra Ella Fitzgerald ed Eurinome, tramite un languore melodico che dà vita a un’atmosfera sospesa, tra sogno letterario e realtà urbana. I riff apparentemente semplici e sinuosi di Peace cullano su cadenze mandolinistiche e graziose mentre il folk disadorno di Missionary Bell quasi stordisce nel suo travolgente e candido onirismo, qualcosa di semplice ma mai semplicistico, tanto prezioso quanto una ninna nanna per il primo sonnellino di tuo figlio. Se il fantasma sfuggente di Elliott Smith accarezza la ritmica sincopata di Miss Mabee, in I Never Dream About Trains si ritrova lo spirito di Robyn Hitchcock (che peraltro aveva narrato il trailer di Tip Of The Sphere dello stesso McCombs), in una meditazione folk lussureggiante che si snoda lungo una melodia di pianoforte intrecciata a pedal steel e basso, tra ricordi cantati e segreti detti a mezza bocca, “Non ho mai sognato di tenerti stretta / sulla sabbia di Pescadero / sapendo che non ti avrei mai più abbracciato / sai che non mento mai nelle mie canzoni / e non sogno mai i treni”.
Il pop compatto e riconoscibile di Asphodel, il minimalismo acustico e sottile di Van Wyck Expressway, i synth lamentosi e sorprendenti di Juvenile conducono verso il finale con nitido e compatto fascino dove, nella title track, McCombs sfodera un rock-blues primitivo per una delle migliori chiusure di sempre.
La sua voce seducente è una sorpresa, inconfondibile, profonda, applicata con finezza a brani che hanno qualcosa che la maggior parte delle canzoni prodotte commercialmente non possiede: McCombs sa scrivere musica, cantare e suonare la chitarra, ma la sua voce conferisce quell’ingrediente segreto. È ciò che molti cantautori non imparano mai perché è difficile insegnare la personalità, tradurre in suono l’umore. È tremendamente arduo catturare un’interpretazione autentica, sincera e aderente al carattere di un cantautore. McCombs ha sempre avuto carattere, così come le sue melodie hanno mantenuto negli anni uno stile ben definito, senza accenni a cliché o ripetizioni. Il suo suono appare come levigato dalla tristezza, bussola di una narrazione solitaria e breve che non è tanto disperata quanto intrisa di ricordi. Diversificato e abile in molti stili, Cass non perde mai di vista ciò che desidera trasmettere musicalmente.
Nel suo tredicesimo album in studio, con disinvolta tenerezza e morbida nostalgia, il cantautore di Concord riporta il folk sonnambulo e solare della Bay Area alle radici solide e dinamiche del suo lavoro originario, accentuando il momento viscerale dell’esperienza con bramoso e malinconico abbandono. Ma nel rispetto della sua volontà, come canta nella magmatica Asphodel in compagnia del junkie on Leavenworth, McCombs non va limitato, né definito, non è il nostro esperimento (don’t confine or define me/I’m not your experiment/and I mean everything I say/or something not unlike it).
Siamo noi il suo sortilegio più riuscito.
Amazon
