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C’è la tragedia della contemporaneità vista attraverso il filtro del grottesco nelle note del settimo album Bologna Violenta. C’è la volontà e soprattutto la necessità di guardare all’oggi attraverso la lente della dissacrazione, dello sberleffo, dell’assurdo (senza teatro) un po’ per autotutela, un po’ perché è l’unica attraverso cui guardare una realtà in disgregazione, in cui i peggiori incubi o le peggiori possibilità si sono e si stanno verificando inesorabilmente, come inesorabile è la discesa negli inferi dell’idiozia da cui forse nemmeno più sarcasmo e ironia potranno salvarci.

Bologna Violenta, ovvero Nicola Manzan e Alessandro Vagnoni, la pensa, fortunatamente, in maniera diversa e rubando il nome al protagonista del romanzo di Gončarov, torna sul luogo del delitto, ovvero a una musica tanto feroce quanto futurista/futuribile nata all’incrocio tra la dimensione cyber e la brutalità del grind ma innervata di una dose di sarcasmo tagliente. Scelta esplicitata attraverso le numerose citazioni/voci campionate che tagliano tutto l’album, Wanna Marchi su tutto (in Wanna be Satan), ma anche Papa Giovanni XXIII (in La Luna), stralci dall’appello per la giornata mondiale dei lebbrosi (Bestia Uccide a Sangue Film), estratti da video/meme destabilizzanti (La Vitella) così come da cult-movie (“Mondo cane oggi” in L’amuleto) e chissà quanti altri samples e citazioni sempre al crinale tra verità e finzione, invenzione e rielaborazione distribuiti dai due tra bordate chitarra-batteria in modalità death-grind techno-cyber che sono stilettate alla giugulare.

Proprio nel grottesco delle voci attraverso cui il duo esplicita la propria visione risiede il cuore del tutto, ovvero mostrare lo schifo della contemporaneità, il suo deragliamento, la sua insostenibilità, l’impossibilità del distinguere cosa sia vero da sia falso mentre “tutto intorno il mondo brucia”.

Oblomov, in senso stretto, non sarebbe affatto contento del dinamismo e dell’energia presenti in questo disco, ma di sicuro sarebbe fiero di essere stato eletto a rappresentante del menefreghismo, della passività, del lassismo intriso di cattiveria e totalmente privo di empatia degli uomini contemporanei. O, molto più probabilmente, non gliene fregherebbe un cazzo.

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