Recensioni

Il metal è una fede, per alcuni esiste solo metallo e nient’altro. Per altri è un pianeta a parte; sta lì, nella sua orbita. Autoreferenziale sì, ma fino a un certo punto: anche se non sei sintonizzato lo capti sempre il segnale che ti viene incontro, la band che ti stana, che trova gli agganci che ti catturano. Un disco come The Spiritual Sound degli Agriculture è fatto apposta per mostrare a chi sta fuori dalle cerchie metalhead più strette che la forma metal può essere mobile, elastica, inclusiva ecc. Molto di quanto vuole il cliché. Più ancora del metal, una forma nata intransigente, contro tutto – persino il metal stesso – e a suon di efferatezze come il moderno black metal.

L’ecstatic black metal del quartetto americano quando è estatico è estatico sul serio: Dan’s Love Song è come dice il titolo un pezzo romantico, con un sound da fare invidia a tanti emuli dream pop. My Garden ha dei picchi e saliscendi entusiasmanti e strepitosi jump-cut, che quasi ti commuovono nel loro delirio incongruo ma estremamente lucido (peccato che stasera gli stacchi con la voce pulita si perdano nel mix). Flea o Micah (5:15 am) senza lo scream indemoniato di Leah Levinson e quel poco di blast-beat sarebbero dei maelstrom meravigliosi di post-hardcore. Per chi scrive (in genere mai in vena di classifiche finali), la più bella sorpresa e uno dei dischi migliori dell’anno passato (anche più dei Turnstile che se vogliamo fanno qualcosa di molto simile dal versante hardcore).

Così siamo nel piccolo e surriscaldato catino del Legend in attesa di vedere il gruppo che ci ha tanto colpito. Aprono i Ponte del Diavolo, da Torino. Band impegnata a girare non solo l’Italia ma l’Europa, e che previene il nostro pigro lavoro avendo già trovato un’etichetta per il suo concept: blackened post-punk. Sì, post-punk. Quando non vanno di doppie casse e vocals urlate il loro sembrerebbe un post-doom che ricorda i Messa con – effettivamente – influenze darkwave o death rock (gli indimenticati Christian Death), anche marcate: appropriata in questo senso, la cover di In the Flat Field dei Bauhaus. Il mix, bizzarro a dirsi, funziona, è piacevole – e direi anche un po’ piacione. Ruba la scena la frontwoman Elena (in arte Erba del diavolo), presenza teatrale ma più che minacciosa – come si converrebbe in teoria a certi contenuti – direi sorniona, come il suo modo di tenere il palco. Per cantare cose come “Io sono il diavolo” (Il veleno della natura) e “Sorridi che sei il re della putrefazione” (Lunga vita alla necrosi) ci vogliono un certo gusto dissacrante e soprattutto, al giorno d’oggi, tanta tanta ironia. Lei sembra avere entrambi (la sua band parallela si chiama Madre Teresa…), e il resto della band fa il suo dovere. Covenant il pezzo preferito.

L’assortimento di personalità degli Agriculture sembra non meno eclettico della musica. L’unico metallaro nell’aspetto è forse Richard. Dan con la sua camicia bianca e il suo barbone sembra più un indie rocker. Leah dal vivo fa davvero impressione per l’urlo feroce, acuto e continuo, quasi disumano. A Dan toccano invece i momenti più delicati a cominciare dalla sua Dan’s Love Song. Peccato, come dicevo, che il sound si porti via alcuni dei passaggi più brillanti di My Garden – voce “pulita” non pervenuta. Però quando si va al galoppo e – soprattutto – si urla a squarciagola questo sound “spirituale” erompe in tutta la sua infuocata vitalità. In prima fila si poga e si surfa contenti. Arriva Bodhidarma, e il pubblico si scatena quasi più che sui pezzi veloci, come se non aspettasse altro che sentire quel riff – ossessivo e scomposto, ma lento – o farsi trafiggere da quei droni bassi e da una voce “sussurrata” che tra quattro mura in uno spazio ristretto fanno quasi più male (giuro! entrano nello stomaco) delle accelerate più dure. La parte finale del concerto è soprattutto di Dan: altro brano che lo vede protagonista è la ballata Hallelujah. La dedica dell’ultimo pezzo è alla comunità LGBTQ, per la precisione “to everyone who’s gay”, anche questo messaggio a suo modo un simbolo, di un “black metal” spirituale, trascendente, che vola sopra i cliché e si tinge – non solo musicalmente – dei colori dell’arcobaleno.

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