Recensioni

Finito l’anno, tirate le somme, stilate le tanto vituperate classifiche e comunque riconosciuti alcuni dei lavori degni di nota usciti, è inevitabile, va da sé, tanto averne persi nel gran numero di pubblicazioni nazionali e internazionali quanto continuare a scoprirne di allettanti e degni di nota. Il secondo disco di Ben LaMar Gay, in verità, attraversa da mesi i miei ascolti, oggetto multiforme e difficilmente circoscrivibile, senza che io sia ancora riuscito a spenderci qualche parola sopra. E così eccomi a dedicare a Open Arms to Open Us l’attenzione che credo meriti.
Il compositore chicagoano arriva a questo disco dopo Downtown Castles Can Never Block the Sun (2018), risultato dalla sedimentazione di un gran numero di composizioni scritte nel corso di diversi anni. Il suo successore, pur operando ancora brillantemente una sintesi efficace, è invece nato durante la primavera del 2020, come risposta a un presente che si trovava di fronte all’enormità di una pandemia, al vacillare delle certezze dell’umanità. Di fronte, in definitiva, alla morte. Come affrontarla? Cosa, soprattutto, tramandare alle prossime generazioni? Come nelle più ancestrali tradizioni, Gay trova la propria risposta in un concetto tanto banale quanto esplosivo: il ritmo.
È il ritmo a fornire il fulcro della ricerca stilistica di Gay, che si spinge così fin dentro zone di confine senza cartografie né navigatori. A guidarlo – e noi con lui – le percussioni, come lo scandire di un cammino e architetture melodiche ora sghembe, ora surreali, quando non semplicemente tribali. Lungo la strada i contorni si fanno lisergici e i colori onirici, così la circolarità d’avanguardia di scuola minimalista (Steve Reich su tutti) riabbraccia proprio il folk cantato da Dorothée Munyaneza (Nyuzura), in un dialogo che rende evidenti le ben note affinità tra la ricerca di Reich e le costruzioni ritmiche tradizionali africane.
Così questo quadro che, a parole, sembra tutto fuorché accogliente, fatto com’è di inciampi (Bang Melodically Bang e il flusso di coscienza biascicato di Gay su un ribollire a metà tra jazz e slacker), di cinematografia lynchiana (Slightly Before the Dawn) o ancora di un funk rallentato e ossessivo (Aunt Lola and the Quail), questo quadro dicevamo si rivela incredibilmente permeabile all’ascolto. Una materia fatta di specchi, nella quale un ritmo si riflette nel successivo, prima di intravedere di sfuggita la coda del successivo che ci precede dietro un angolo, sfuggente. L’intelaiatura è arricchita da una pletora di collaborazioni: ci sono le asciugature all’osso di Angel Bat Dawid – entrambi bazzicano e pubblicano via International Anthem (S’Phisticated Lady sembra improvvisata in un parcheggio sotterraneo, qualcosa del genere), la voce di Ayanna Woods che si fa controcanto al racconto di Gay in mezzo a una big band (in)disciplinata (Touch.Don’t Scroll), l’ossessivo drumming degli Ohmme che spiazza in apertura sull’R’n’B che Gay canta come un mantra (Sometimes I Forget How Summer Looks on You) e si chiude come un gospel.
Un disco che fa fede all’appartenenza del musicista alla Association for the Advancement of Creative Musicians, nata proprio a Chicago nel 1965 e attorno alla quale ruota gente come Jeff Parker, Makaya McCraven, Jaimie Branch… Tutti si intravedono in controluce tra le frastagliate pieghe di OATOU; c’è l’eco di certe strutture dei Tortoise, c’è il gusto jazz libero di Branch, quello curato e percussionistico di McCraven. Ben LaMar Gay, in questo disco, condensa non solo le proprie idee in forme canzone che non si lasciano mai prendere dall’ebbrezza dell’improvvisazione – mantengono ben saldo lo sguardo sul messaggio – ma dialogando con una generazione di musicisti (anzi: la propria scena) offre un caleidoscopio tour di quanto il ritmo possa essere un’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi, sulla quale creare, senza barriere di genere. È dal ritmo che siamo nati, da esso rinasceremo sempre. We Gon Win, Ben.
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