Recensioni

7.5

Nel libro che racconta la storia dei rapporti difficili, a dire il minimo, tra potere, religione e arte, una pagina nuova e assurda è stata scritta l’anno scorso nel Mali: in un paese a maggioranza musulmana, dove i saggi della comunità sono quei griot la cui attività assume caratteristiche di spettacolo che prevedono un grande uso della musica (vedi anche Baba Sissoko), un colpo di stato militare ha imposto una sharia che la vieta.

Assurdo in un paese da cui probabilmente è nato il blues e dove è nato lo ngoni, strumento a corda antenato del banjo e forse anche della chitarra, che ha cantato lodi ad Allah per secoli, a ennesima dimostrazione che integralismo e senso della realtà dialogano poco.

In risposta a ciò Kouyaté, che al momento del colpo di stato aveva appena iniziato le registrazioni, risponde sia con i testi, sia alzando i distorsori che già aveva acceso nel disco precedente (il secondo della sua carriera solista dopo anni da apprezzato turnista). Ma non siamo né negli USA del blues che lamenta la schiavitù né nell’occidente del rock che contesta il perbenismo o l’Inghilterra depressa dei ’70, non sono chitarre quelle che gridano libertà: è lo ‘ngoni, appunto, che ricama e punge sia per mano del leader che del gruppo che lo accompagna, chiamato appunto Ngoni Ba perché ne prevede quattro, i quali si intrecciano e ricamano dilatando e rinnovando lo spettro espressivo dello strumento lungo le linee di una tradizione al contempo da sempre eclettica e meticcia e che qui non si smentisce.

Prodotto da Howard Bilerman (già con gli Arcade Fire), il disco va dall’iniziale title track (che significa “grande raduno di persone”, chiamata collettiva a reagire), dove l’intreccio delle corde finisce per impastare echi latinoamericani (come altrove nel disco: MadouDankou, e in Sinaly quasi gitani) al blues vero di Poye 2 che ospitaTaj Mahal alla frenesia di Ne Me Fatigue Pas (il pezzo più esplicitamente anti-colpo di stato) guidato dalla bella voce di Amy Sacko (moglie di Kouyate) e con potenzialità da ballo, con l’elettrica che anima anche un intro pur tradizionale come quello di Kele Magni la quale poi vira sorprendentemente verso atmosfere da danze popolari europee del Rinascimento, fino all’intimismo dolente della conclusiva Moustafa che ribadisce la centralità dello ngoni con un finale accelerato fin quasi al flamenco.

Potente affermazione sia artistica che politica, il disco contribuisce a spiegare certi fenomeni e laurea definitivamente Kouyaté, se ce ne fosse stato bisogno, come uno dei grandi della musica del Mali.

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