Recensioni

I Bang Gang iniziano la loro avventura a metà anni novanta nel segno
di un trip-hop etereo e ammaliante, che nell’album di debutto You (2000)
converge in direzione ambient-breakbeat e pop sintetico a due dimensioni.
Insomma, più Morcheeba che Massive Attack, un pizzico
di Roni Size e una spolverata di Michael Crétu (!). Non
certo opera trascendentale, però gradevole, per certi versi in anticipo
su certe fragranze cosiddette electroclash.
Oggi il gruppo dell’islandese Bardi Johannsson (coadiuvato dalle
voci di Nicolette – già con Massive Attack – e Keren
Ann) torna con un lavoro che dire scentrato è poco: nella prima
parte infatti predomina un dark folk fiabesco tra certi Smashing Pumpkins e
gli Slowdive (It’s All Right a tratti sfiora il plagio di
entrambi, mentre Follow sembra un’imitazione di Corgan che
reinterpreta The Power Of Love dei Frankie Goes To Hollywood – tanto
valeva farne una cover) innervato di allibenti stilemi trip-hop e soul (l’organo
e la palpitazione ritmica nella title track, il piano elettrico in Inside).
Il risultato è artificioso e raccapricciante insieme, come un cherubino
di plastilina sotto alcool.
C’è però la seconda parte, inaugurata dal lezioso accademismo
blues-soul di There Was A Whisper (il canto di Nicolette imita oppressivamente Skye,
gli archi sono una iattura, i disturbi psych un orpello): d’ora in poi è quasi
un altro disco di un’altra band. Per dire, si va dal beat serrato di Find
What You Get (corde digrignate e canto in derapage stile Pretty Things)
al folk stile CSN–Mama’s & Papa’s di Everything
Is Gone (con tanto di spinetta Left Banke nel finale) passando da
quella specie di country blues trasfigurato che è Forward And Reverse (dal
forzoso crescendo di chitarre e synth).
C’è pure una cover di Diana Ross And The Supremes (Stop
In The Name Of Love, passata al tritatutto Beach Boys/Bee Gees)
e un blues da delirium tremens che si rivela sterile strategia di reiterazione
e accumulo (In The Morning, tra Moby, Pink Floyd e Scott
4). Per quanto si sforzi di ammaliare, l’ascolto si trascina tra noia
e nausea.
Contradictions stabilisce il giusto grado di giudizio, sciorinando
intenzioni da jazz-soul scarno (voce sfarfallante, tromba raminga, il piano,
le elettroniche) che però si rivela spolpato, una riarticolazione
di forme che scorda e annichilisce la sostanza, ad uso e consumo di una
generazione immemore (mi vengono in mente gli Archive, stesso pacco
vuoto spedito in nessun luogo). La conclusiva Look At The Sun è il
perfetto insulso sipario che si merita questa messinscena.
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