Recensioni

Ciò che impressiona degli Arbouretum, costanza della scrittura a parte, è la capacità di imprimere al loro stile variazioni nella continuità. Pur restando riconoscibili, risultano insomma fedeli a se stessi a ogni passo e dunque anche in questo terzo, nel quale l’impasto tra il Richard Thompson solista e il Neil Young in versione elettrica corteggia un suono più heavy, contaminato tramite lo space-rock degli Hawkwind e un‘idea cupa di psichedelia californiana. Avvicinandosi in tal modo ai loro amici Pontiak – si prenda il monolito finale Song Of The Nile – con i quali il gruppo di Baltimora ha in passato condiviso l’e.p. Kale e numerosi palchi, nondimeno trattenendo un’identità “cantautorale” sia nella voce del “deus ex machina” Dave Heumann (che ricorda un po’ Warren Zevon e un po’, giustappunto, Mr. Thompson) che nelle tracce di più stretta derivazione folk.
Difficile che la metamorfosi possa essere scaturita dall’ingresso in line-up di un tastierista: semmai, pare più sensato considerare Heumann musicista “d’altri tempi” per linguaggio (tutt’altro che passatista, peraltro…) e piglio esecutivo; soprattutto per la maniera in cui forgia la propria musica instillandovi le esperienze quotidiane, nel caso specifico la passione per Carl Jung di cui risentono i testi. Incupiti i panorami sonori, cosparsi di disturbi e tessiture tastieristiche, e appesantito il passo, di una scaletta solida e destinata a crescere con gli ascolti impressionano soprattutto l’apertura innodica The White Bird, le atmosfere di Destroying To Save, un’intensa The Highwayman – dal repertorio di Jimmy Webb – che diresti tra le cose milgiori degli ultimi Earth. Convince e piace anche in questa veste, Dave: la certezza è che possa farlo sempre e comunque, a prescindere dalle future metamorfosi.
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