Recensioni

Riascoltato oggi Centipede Hz è l’album in cui gli Animal Collective hanno (ri)abbracciato il pop nel modo più complicato possibile. Il disco suonava volutamente scentrato e prog, con tutta una complessità di trame derivanti sia dal bisogno di compromesso tra le menti creative in gioco, sia dal fatto che i pezzi erano stati pensati per essere suonati dal vivo, successivamente testati live e infine riversati in studio a Baltimore, dove i quattro si erano ritrovati ognuno con proprie idee riguardo all’arrangiamento da apporre. La riuscita di quel disco, come altri nella discografia della band, è stata il risultato di un piccolo miracolo, con tutti i difetti di una formula mutante ma riconoscibilissima come quella degli Animal Collective a diventare pregi, e il senso del gioco e del divertimento dei componenti a non venire mai a mancare.
Le premesse per il nuovo Paiting With erano delle migliori in questo senso: la band lo ha registrato dopo varie jam pensate come tali, dunque questa volta progettare i brani in funzione dei live non era nei programmi. I tre – al netto di Josh “Deakin” Dibb, impegnato in un suo progetto solista a quanto pare completato mentre scriviamo questa la recensione – si sono divertiti a suonare assieme davanti al proverbiale falò in campagna, per poi entrare ai EastWest Studios di LA dove Beach Boys, Frank Sinatra e Michael Jackson hanno inciso i loro dischi più famosi. Aggiungete che i Nostri per svagarsi hanno utilizzato una piscina gonfiabile di quelle per bambini e proiettato immagini di Dinosauri e caverne immergendosi completamente nel loro trip primitivista, e capirete perché la freschezza non poteva mancare a questo album.
Nella press allegata, a parte il criptico «electronic drum circle» che secondo Weitz rende bene l’idea del disco, si parla di riferimenti ai primi Beatles, all’epopea della musica pop per spartiti di Tin Pan Alley ed anche ai primi Ramones. Risulta difficile pensare alla compianta punk rock band ascoltando Painting With, ma di certo il solito Brian Wilson con i suoi Beach Boys è chiaramente chiamato in causa nel primo singolo estratto dal lavoro FloriDada, brano che peraltro vede la presenza di “prezzemolo” Colin Stetson, che, assieme a John Cale, va a completare la lista delle guest star di un disco che in un certo senso ritorna alle origini del sound della band, per restituirne una sgargiante versione technicolor pop – dove per pop intendiamo proprio quello più canonico con strofe e ritornelli e rotondità annesse e connesse.
E se pop dev’essere, c’è da dire che Dave “Avey Tare” Portner, Brian “Geologist” Weitz e Noah “Panda Bear” Lennox ne producono di vibrante e con una collaudata profondità negli arrangiamenti, questa volta organizzati in strutture più quadrate, dal gusto diciamo anche techno, e con il solito giro attorno al mondo fatto di esotici tribalismi. Non è un caso che il disco sia stato presentato allo scalo aeroportuale di Baltimore-Washington: è un lavoro che ben si sposa al viaggio, all’idea d’imbarcarsi in una nuova avventura, tra eccitamento e paure recondite (a proposito: nel disco viene citata anche la guerra in Ucraina).
Se gli Animal Collective dovevano ancora provare qualcosa a loro stessi e al mondo, quel qualcosa era comporre un album pop senza girarci troppo attorno. Ok, ci hanno girato attorno anche questa volta, ma il colpo è affondato. Il disco è colorato e giocoso come un buon album degli AC deve essere, con le melodie a vincere in freschezza quasi fossero quelle di un gruppo di esordienti, arricchite da arrangiamenti che sono il solito mare aperto di trovate, ma questa volta senza forzature, con il 4/4 e stretti loop a tenere le fila di un lavoro che profuma di definitivo statement. Per il songwriting preferiamo il Noah Lennox solista. Ma questa è una pura nota a margine.
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