Recensioni

Ang Lee è un regista sicuramente atipico per gli standard attuali. Più americano di qualsiasi altro regista asiatico della sua generazione (a partire dagli studi a New York), il regista taiwanese ha sempre coniugato nel migliore dei modi possibili la visione orientale per l’arte e l’esistenza con il gusto tipicamente occidentale, orientato al compromesso, agli incassi, all’apparato produttivo. Dopo aver plasmato buona parte degli anni Novanta (Orso d’Oro per Il banchetto di nozze e Ragione e sentimento, con cui ottiene anche la nomination agli Oscar), mette il suo marchio anche ai Duemila con il fenomeno wuxia La tigre e il dragone, seguito subito dopo dall’introspettivo cinecomic Hulk, tanto un flop clamoroso quanto uno dei migliori esempi di cinefumetto d’autore, e dal successo di I segreti di Brokeback Mountain. Gli anni Dieci del regista hanno inaugurato una stagione di sperimentazione che si trascina fino a oggi: con il magnifico Vita di Pi, Lee abbraccia completamente la rivoluzione tecnologica del 3D nativo (sulla scia dell’Avatar di James Cameron) con cui decide di proseguire la carriera unendovi la ripresa a 120 fotogrammi al secondo (chiamato 3D+) per il successivo Billy Lynn – Un giorno da eroe. L’effetto è strabiliante, ma ciò che mancava era una vera ragion d’essere che giustificasse l’uso di tale tecnica, la quale si esaltava solo in alcuni ristretti frangenti della narrazione (quelli che catapultavano lo spettatore all’interno dell’azione).
Date queste premesse, l’annuncio di Lee alla regia di Gemini Man sembrava un punto di svolta non indifferente per il progetto, che tra una cosa e l’altra si trascinava nel limbo di Hollywood dalla fine degli anni Novanta (era in mano a Disney, con Tony Scott incaricato della regia, ma la tecnologia richiesta per la sua realizzazione procedeva a rilento). Nel 2016 il progetto passa quindi a Skydance che ne affida la produzione a Jerry Bruckheimer e la parte da (doppio) protagonista a Will Smith. Bruckheimer sembra proprio l’uomo ideale per il progetto: simbolo vivente del cinema muscolare Ottanta/Novanta/Duemila, è dietro i successi di franchise come Beverly Hills Cop, Bad Boys, film campioni di incassi come Top Gun, The Rock, Con Air, Armageddon, Pearl Harbor, per non parlare di tutta la saga di Pirati dei Caraibi. Cosa mai potrebbe andare storto? Probabilmente tutto, o quasi. Sebbene il soggetto sembri ricalcare alcuni dei letimotiv più famosi di Ang Lee (il rapporto conflittuale con la figura genitoriale, il doppio che si cela in ognuno di noi, l’incapacità di adattarsi al mondo circostante), il problema principale sta nel dosaggio di certi elementi uniti alla nuova tecnologia qui presentata. Fin dalle prime battute, in cui vediamo il giovane Will Smith ricreato interamente in digitale, è chiaro che quello che abbiamo di fronte è un avanzamento tutt’altro che epocale (almeno non come lo erano stati Avatar e Vita di Pi): l’effetto “sintetico” delle scene con Junior in campo è palese e oltremodo irritante, mitigato da un’illuminazione inedita per la ripresa 3D, finalmente in grado di mettere in scena sequenze d’azione movimentata e non costantemente bisognose di una luce accesa. Peggio ancora, sorgono dubbi sull’effettiva praticità/utilità futura di tale tecnica cinematografica.
Dove fa più male è, però, sul versante artistico. La trama è ridotta all’osso: il sicario del governo Henry Brogen decide di andare in pensione nel momento sbagliato, allora gli USA gli sguinzagliano il suo clone più giovane e agile, incaricato di dargli la caccia e ucciderlo, al fine di far approvare un piano che prevede la produzione “in serie” di cloni da inviare in caso di guerra al posto dei figli delle povere famiglie americane. Se è inutile insistere sulla perfetta inefficacia di Will Smith come interprete (che qui è addirittura raddoppiata), sul versante narrativo qualcosina in più forse era lecito aspettarsi (in sede di sceneggiatura troviamo pure il David Benioff di Game of Thrones). Ed è pure un peccato, perché tutto l’apparato sembra una gigantesca metafora del film stesso: un protagonista attempato ma esperto (la destrezza alla regia di Lee e la sua trama claudicante) che fatica a tenere il ritmo incredibile di un modello aggiornato e migliorato di sé stesso (la tecnologia di ripresa a 120 fotogrammi al secondo). Queste due anime combattono incessantemente procedendo in maniera didascalica, trascinandosi l’una aggrappata all’altra quasi per inerzia, senza trovare mai il giusto ritmo né una ragion d’essere giustificabile (quella a cui si faceva riferimento poco sopra). Gemini Man è, infine, una pellicola così dannatamente anni Novanta che – se non fosse per l’ambizione di mettere in scena qualcosa al di sopra dell’ordinario – poteva tranquillamente inserirsi in un filone molto in voga di questi tempi (vedi altri esempi simili come Venom o l’ultimo terribile Rambo: Last Blood). Un gran peccato davvero.
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