Recensioni
Andrew Weatherall
Woodleigh Research Facility
Convenanza
The Phoenix Suburb (And Other Stories)
-
Edoardo Bridda
- 26 Febbraio 2016


Il mix tra funk e Uk elettronica di ieri aggiornato alla nu disco di oggi, ma anche tra l’autobahn di un personale portato wave di lungo corso e uno spirito impenitente da rockabilly vampiro, trova nuove motivazioni di essere e persistere in Covenanza, l’album che segna il ritorno sulla lunga distanza di Andrew Weatherall, qui affiancato nelle session dalla performer e producer a tutto tondo Nina Walsh (quella della label gemella Sabrettes, per capirci, con la quale il Nostro è tornato di recente a collaborare a partire dalla sonorizzazione del libro di Michael Smith Unreal City).
Precedentemente avevamo avvistato il produttore di Screamadelica negli Asphodells, duo attivato con Tim Fairplay (della post-punk band Battant) che aveva pubblicato nel 2013 l’album di debutto Ruled by Passion Destroyed by Lust, un disco sospeso tra disco, krauterie, wave e ebm varia condito da forti dosi di elettronica analogica. Ora, invece, Weatherall, sulla scorta dei The Woodleigh Research Facility, duo messo assieme sempre assieme alla Walsh autore lo scorso anno del doppio vinile The Phoenix Suburb (And Other Stories, torna a mescolare post-punk e dance da un’angolazione “cantautorale” (quando invece il disco del duo era un affare strumentale e downtempo con toni di acid, etnica e altro ancora). Il riferimento più diretto non va dunque cercato nella produzione dei Two Lone Swordsmen di From The Double Gone Chapel, ma nelle canzoni cadaveriche di A Pox on the Pioneers.
Convenanza, che prende il nome dal festival curato dal Nostro, è di fatto una collezione di canovacci pronunciati con la solita aplomb curtis-morrisoniana e conditi da una corrente alternata di kraut e funky-disco bristoliana, quando non abbandonati ad uno strumentale e ad una agrodolce ballad sul finale. A partire dalla chitarra col wah wah e dall’eco, una tromba davisiana che ritroveremo a prezzemolo in scaletta e il consueto basso wave dell’opener Frankfurt Advice, il fascino è intatto. Pur con canzoni che non arrivano tutte dove dovrebbero (vedi We Count The Stars), la proverbiale maestria del Nostro nel mescolare gli ingredienti, rimedia spesso ad ogni difetto.
Non ultimo, da segnalare c’è una sorta di omaggio all’era Joy Division / New Order – con un pizzico di Sabres Of Paradise – nella strumentale Thirteenth Night, mentre il finale – la discreta Ghosts Again – ricorda un altro fan di lunga data di Ian Curtis, Mike Gira.
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