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Controluce è l’esordio di Andrea Poggio, già leader dei Green Like July e ora alla prese con la sua prima prova da solista e in italiano. L’album è stato registrato da Eli Crews tra Milano e New York, e vede la partecipazione, tra gli altri, di Enrico Gabrielli, Sebastiano De Gennaro e Yoko Morimyo.
Com’è noto, quando si ha bisogno di inquadrare qualcosa e dunque si vuole collocarlo in un contesto, si tende a ricercare la comfort zone delle similitudini e delle corrispondenze, vagando per paradigmi e reminiscenze, nella speranza di trovare i giusti appigli argomentativi e decodificare correttamente l’oggetto dell’indagine. Le simmetrie più immediate che sovvengono al primo ascolto di questo lavoro sono eterogenee e interessanti: Baustelle, Bluvertigo, Bugo e Matia Bazar, ma anche la prima St. Vincent, James Blake, una certa canzone d’autore italiana anni sessanta e persino una primissima Kate Bush. Influenze ragguardevoli, dunque, ma talmente palesi da far correre il rischio, talvolta, del già sentito. Singolare è semmai la loro perfetta coesistenza, in un equilibrio consapevole di suggestioni e ascendenze. Gli ascolti successivi fanno emergere uno degli aspetti più pregevoli dell’album: la stratificazione dei suoni e delle linee melodiche, insomma delle atmosfere complessive, frutto anche del sapiente lavoro di arrangiamenti del prezioso Enrico Gabrielli, che è riuscito a conferire un’identità distinta, ancorché sfaccettata, a questo disco ambizioso.
Un pop, quello di Andrea Poggio, che vuole essere sperimentale e colto, e che si compiace delle sue stesse stravaganze (un po’ sintetico, un po’ nostalgico, un po’ sinfonico, un po’ minimale). Le storie racchiuse nei brani sono leggere e sognanti, e hanno tutto ciò che serve a un buon registro cantautorale: paesaggi interiori occasionalmente proiettati in esterna, immagini abbozzate, mondi suggeriti. A volte un po’ si perdono nelle ardite arrampicate stilistiche del loro autore, ma hanno tuttavia il merito di essere accattivanti pur non volendo essere immediate, per cui spesso riescono nell’intento di colpire. Tra gli episodi più meritevoli: la title-track Controluce, l’esperimento quasi dub-step/soul-step Fantasma d’Amore, la retrospettiva Vento d’Africa e il brano conclusivo, Ave Maria, con i fiati a farla da padrone e a raccontare con levità le frenesie del nostro tempo: «Vado in giro con lo sguardo che è dei pazzi / La mente storpia e il cuore che mi cade a pezzi / A precipizio, senza più forza nelle gambe / Non ho controllo e non m’importa più di niente / Vado in giro con la foga che hanno i matti / Senza controllo, né una meta che si rispetti / Non mi do tregua, solo e stremato dall’affanno / In piedi a stento, come uno scatto e poi sprofondo».
Un esordio che somiglia a una next big thing tutta da compiersi. Staremo a vedere.
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