Recensioni

Immaginario nordico Sigur Rós, un'indole naturalista rimarcata dai testi e da un packaging in vero legno, un mood invernale ed etereo chiamato a far salir brume e malinconie: per i veronesi Ancher, Verdelegno rappresenta il possibile aggiornamento del post-rock matrice del gruppo fin dai tempi delle prime autoproduzioni in qualcosa di decisamente più personale. Una formula ai limiti del jazz (il crescendo orchestrale di Ho prugne nella testa) che flirta con un tropicalismo easy (Ferma Foglia) e al tempo stesso abbozza qualche citazione cantautorale (Ninna Nora) su testi in italiano. Il tutto cesellato da ritorni elettrici (Sai è da quando) e madrigali (E' arrivato accordatore), melodia e crescendo vaporosi.
Complessità e immediatezza trovano una curiosa via di mezzo in questo disco d'esordio, anche se l'impressione è che all'ascoltatore venga riservato soltanto il ruolo dell'osservatore passivo chiamato ad apprezzare le trame raffinatissime e la bravura del gruppo nel crearsi il proprio spazio estetico. Uno spazio ripiegato su se stesso e alla ricerca della pennellata impeccabile, del colpo di teatro. In altre parole, il disco funziona e per certi versi stupisce davvero (anche grazie a una strumentazione ricchissima che comprende banjo, theremin, filicorno, flauto, archi), pur faticando a creare quel senso di empatia che invece sarebbe legittimo attendersi. Chiamatelo, se volete, "difetto".
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