Recensioni

Per una volta ci concederemo di non essere nemmeno un po' scolastici ma di adoperare l'arma della critica per raccontare un viaggio che parte da un cantautorato italiano tra i più brillanti degli ultimi anni per finire, a oggi, tra le braccia di quella che chiamano cultura hipster. Alessandro Raina conduce i suoi Amor fou in un terreno nuovo in Italia, quello dell'autore che non vuole fare il cantautore, che non si concede più al recupero dei gioielli dimenticati della composizione di una volta per farsi formalmente esterofilo ritagliando semmai dalla storia musicale italiana solo le gemme dell'avanguardia che fu. Verrebbe da dire che qualcuno doveva farlo, che qualcuno prima o poi avrebbe dovuto mettersi nel cervello di questi giovani ventiduenni con il tumblr e le foto analogiche a basso contrasto per raccontare come si vede il mondo da quella prospettiva opaca più che antica.
Se I Cani hanno dipinto quadretti a pennellate velocissime e non scevre dal giudizio di chi, in fondo, di un certo mondo fa davvero parte, Cento giorni da oggi significa farsi investire da un universo estetico e culturale che oggi, soprattutto, vuol dire giovinezza con tutto ciò che ne consegue. Un lavoro controverso e che fa discutere soprattutto con sé stessi, questo terzo album della band milanese, un disco che diremmo di pop elettronico che si divide tra l'afflato di Battiato e quello degli m83 trascinando l'ascoltatore in un regno fintamente fatato nel quale la parola è suono e il suono è un colorato urlo addolorato e liberatorio. E' scomposto, politicamente scorretto come sola sa essere la moda che accetta sé stessa, para-cool al primo ascolto, violento al secondo e adatto per un lungo viaggio esotico al terzo. E' menefreghista, soprattutto, per una volta. Funziona? Da morire perché è sporco nella parola, giovanilista nel citazionismo e allude sovente a un erotismo inesperto, fatto di volontà più che di azioni, sognato più che reale. Il suono varca i confini nazionali, la produzione è sapiente (mamma Universal, qua, si sente) e se all'inizio ti dici che è una ruffianata bella e buona poi non ti interessa più dare un nome a tutto questo.
Abbiamo a che fare con un esperimento che non sempre riesce e se pezzi come Gli zombie nel video di Thriller, I 400 colpi, Alì, Una vita violenta e la battiatesca Goodbye Lenin, sono potenziali hit da secondo ascolto, pezzi come I volantini di Scientology e Le guerre umanitarie rimangono un po' in sordina. Resta il fatto che un lavoro come questo difficilmente potrà essere il primo di una serie e ammettiamo che confortano alcuni momenti in cui sembra che Raina si riappacifichi col suo passato italian retrò: ad esempio in quel "ti voglio cullare cullare" a la Nico Fidenco o in un'insospettabile citazione di Amedeo Minghi che non vi sveliamo per non rovinarvi l'ironia. La scrittura, a ben guardare, è quella di chi veste panni nuovi ma indossa lo stesso intimo e forse anche il medesimo e comodo pigiama. Non escludiamo che dismesse le gif e i blog e i video hype su Wired si faccia un passo avanti guardando ancora indietro.
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