Recensioni

6.7

Cercando tra i tanti bignami del blogging e delle webberìe musicali dedicati ai migliori concerti dell’anno, probabilmente potreste trovare anche gli All Them Witches nella lista. Giusto perché i ragazzi da Nashville hanno conquistato a suon di date, concerti jam-centrici e sudatissimi, dapprima le loro platee, poi i palchi dei maggiori festival nord europei dedicati alla musica “acida” in senso lato, quella che adesso va dal garage più stirato, secco e pungente, al blues greve, pingue e carico come la stiva di una nave, fratello maggiore (se non padre) dello stoner – il loro pane, né più né meno. È infatti curioso vedere come il quartetto capitanato dal carismatico (e terribilmente talentuoso) Micheal Parks Jr. abbia proprio fatto breccia lì, in quella zona d’Europa dove i festival indoor medio-piccoli parlano fiammingo (e rappresentano, sinceramente, il meglio che si possa offrire in merito), tanto che la loro unica pagina dedicata su Wikipedia è, per l’appunto, in olandese. Ma è solo una coincidenza che prova un fatto chiaro come il sole a mezzogiorno: questi, dal vivo, ci sanno fare; lo hanno dimostrato ampiamente, continueranno senza dubbio a farlo, ma per chi fosse scettico sulla questione i Nostri hanno anche provveduto, un paio di primavere fa, a mettere tutto su nastro. La controprova rispondeva al semplice titolo di At the Garage, sotto forma di un LP che catturava tutto il vibrante pathos e le improvvisazioni serpentine di un live tenutosi a Salem, North Carolina – sicuramente un luogo adatto per quattro stregoni, o per meglio dire “streghe”, come loro.

A questo punto (e mi rivolgo sempre a chi non li conoscesse ancora), il dubbio sorge spontaneo: se questi sono così bravi dal vivo, come se la cavano in studio? La risposta avrebbe potuto darvela la loro seconda prova, Dying Surfer meets his Maker (uscito nello stesso anno del live); vi sareste trovati di fronte a un monolite di puro blues acido, un trip all’ayahuasca senza soluzione di continuità che, in un modo o nell’altro, avrebbe reso con fedeltà i suoni, ma sicuramente non l’atmosfera che si respira ai loro concerti. E proprio adesso che i Nostri tornano in trincea con questo nuovo Sleeping Through the War, eccoci servita l’ennesima controprova che sì, gli All Them Witches giocano, e giocano duro. Perché l’ultima fatica anzitutto stupisce, abbandonando le lungaggini e le vischiose jam degli episodi discografici precedenti, e quindi perdendo anche un po’ di quella grana sonora da presa diretta, da one-take, che li contraddistingueva, affidandosi alla levigatura sapiente in fase di missaggio e mastering del losangelino Pete Lyman (Panic! At the Disco, Fall Out Boy e Weezer, tra i tanti); poi, in Sleeping Through the War, troviamo sì un approccio “in your face”, che li avvicina più agli MC5 che ai Blue Cheer, ma anche lo spettro in acido di Haight Ashbury che aleggia sulle colorate boulevards del country.

Già dalla partenza intrigante di Bulls (titolo che farebbe pensare tutt’al più a una ruspante fuga bluegrass), dove i Nostri alternano un gentile arpeggio floydiano a sparate epiche, si percepisce che gli All Them Witches stanno provando nuovi schemi, stanno cercando di mescolare i termini della loro formula per ottenere le variazioni sul tema più disparate, pur senza tradire il loro nobile retaggio, che puntualmente si materializza nel midtempo vagamente soul del singolo 3-5-7, dove a farla da padrone è l’evocativo organo di Allan Van Cleave, e che di psichedelico ha forse solo il video (molto bello, peraltro, e curato da Jason Staebler, fratello del batterista Robby). L’altro singolo estratto è Bruce Lee, uno schiaffo-con-rincorsa che avvalora il paragone con gli MC5: il passo non è più felino, ma quello concitato della preda che fugge – frenetico, a rotta di collo, racconta tutto in tre minuti scarsi e ti lascia a terra, proprio come una scarica di calci e pugni degni della miglior furia d’Oriente. Ma ecco che, dopo le “sorprese” iniziali, nella seconda parte dell’album gli ATW decidono di rimettersi su binari a loro più congeniali, dapprima raffreddando i toni con il mantra, a dire il vero un po’ soporifero, di Am I Going Up (forse il brano meno ruggente e pungente dell’album), per poi rilanciare verso i territori più vischiosi di Alabaster, l’acuto vero e proprio dell’album, un cavallo nero che galoppa con veemenza per più di sei minuti, lasciando scie in multicolor e riverberi sparsi per tutto il tracciato.

L’album traccheggia un po’ fino a concludersi con il soul (questa volta purissimo) vagamente sarcastico di Guess I’ll live on the Internet, eppure lascia addosso la sensazione che, nonostante il lieve cambio di rotta e un rinnovato interesse verso sonorità “altre”, la band sia comunque legata alla propria forma stilistica, e che sia senza dubbio fatta e tagliata per una dimensione live. Ambito in cui, ne siamo certi, i Nostri possono confermarsi come gruppo più in voga nel loro (diffusissimo) filone, e magari non solo tra le amabili pianure d’Olanda.

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