Recensioni

Le relazioni cinematografiche tra Italia e Germania sono state per diverso tempo focalizzate sulla narrazione (o “rinarrazione”) del passato che ha accomunato le Storie dei nostri Paesi nel secolo scorso, spesso evidenziando, anche inconsapevolmente, una differenza di percezione veramente interessante e quasi mai tenuta in considerazione. Nel corso degli anni si è poi passati a racconti che si sono focalizzati su possibili contaminazioni, affidandosi soprattutto a mezzi narrativi come la migrazione per motivi esistenziali o economici, ma sempre con un accenno a ciò che fu.

Alissa Jung, che da più di 10 anni vive in equilibrio tra Roma e Berlino, prova a fare, come suo esordio, un film che colleghi i suddetti poli con un racconto che, pur mantenendo dei nuclei di confronto, è volutamente tra i più archetipici e universali affrontati nella Settima Arte così da poter parlare a tutti, al di là di limes vari ed eventuali. Molto interessante notare come la regista (e sceneggiatrice) proponga questa operazione ricalcando dei connotati molto simili, per scelta di location e spunti di trama, ad un’altra passata sempre in Berlinale, cioè lo stesso festival dov’è è stata presentata la sua pellicola (sezione Generation 14plus), con appena tre anni di anticipo.

Un padre, una figlia e la piadina.

Paternal Leave parla di una quindicenne tedesca, Leo (la debuttante assoluta Juli Grabenhenrich), che all’improvviso scopre, probabilmente nell’ambito di un litigio acceso con la madre, di avere un papà italiano che si trova a Marina Romea, in provincia di Ravenna. Alla luce di questa rivelazione la nostra decide prontamente di stilare una credibilissima intervista strutturata da propinare alla figura paterna in modo da accelerare il processo di conoscenza (una trovata bellissima) e recarsi in loco, non dicendo ovviamente nulla a nessuno.

La sua meta è un malridotto bar sulla spiaggia, abitato da un inquilino, Paolo (Luca Marinelli), degno dello stato dell’impianto, a testimonianza di quanto i luoghi siano centrali nel film. Egli è apparentemente accogliente, ma poco solido, sicuramente bisognoso di un restauro e al momento inutile perché fuori stagione. L’incontro tra i due è reciprocamente traumatico, com’è giusto che sia, anche se un modo per comunicare lo trovano quasi subito, a testimonianza che un’intimità tra loro è comunque possibile. Intimità che viene turbata dalla real life, che racconta come l’uomo ha un’altra figlia, Emilia, con cui sta cercando di non fare “gli stessi errori” commessi in precedenza. Le due “bimbe” arriveranno a specchiarsi, inevitabilmente, l’una nell’altra.

Lui e l’altra.

Jung gioca con un ribaltamento del meccanismo classico del coming of age, ponendo la figlia come la figura matura che chiede una svolta al genitore, il quale, per seguirla, è costretto ad un salto evolutivo. Una cosa faticosissima, che Luca Marinelli cerca di raccontare prendendosi uno spazio che in scrittura non sembra in realtà così messo a fuoco, al contrario di quanto accade con Leo, costruita attentamente in tutte le sue componenti. La sua interpretazione di Paolo fa pensare ad un tentativo di “stirare” il personaggio, che è invece, alla fine dei conti, in realtà piuttosto monocorde.  La capacità dell’attore romano di calarsi nel ruolo e, soprattutto, di sincronizzarsi con Grabenhenrich, che offre un’ottima interpretazione, è l’ago della bilancia della riuscita della pellicola.

La cosa migliore di Paternal Leave è proprio questo suo riuscire a creare i presupposti per una vicinanza epidermica tra padre incerto e figlia trainante, senza spiegazioni né condizioni, oltre il dolore e delle scelte sbagliate (pienamente in tema con la canzone originale del film, Solo per gioco di Giorgio Poi). Questo lo rende un film di colazioni, di nuovi inizi, di nuovi giorni, di preparazione alla stagione e alla vita che sarà. Paolo e Leo sono, nonostante tutto, come degli Anna e Marco in attesa di trovare una loro realtà all’interno di una realtà più grande.

Viva le nuove generazioni

Se questa integrazione tra esterno e interno non accade è, ci dice Jung, colpa solo dei padri. Padri come quelli che rifiutano l’orientamento o l’identità sessuale dei propri figli, che sono fissati con il calcio e la chiesa la domenica, e padri come quelli che contraddicono se stessi, che insegnano agli altri a cavalcare le onde della vita, pur non riuscendoci loro stessi o senza mai farlo in prima persona, rifiutando di prendere il loro posto all’interno della propria famiglia (o proprie famiglie). Piuttosto meglio uccidere i padri che invece lo fanno.

Su questo ultimo aspetto, contraltare di quello evocativo, sentimentale e allegorico, in grado di parlare allo spettatore con le immagini dei luoghi, con i silenzi e i gesti, Paternal Leave invece zoppica, rischiando di divenire didascalico, troppo urlato, al limite del pedagogico. Il film rischia così di “tradire” l’equilibrio nei toni e la propria apertura ad una riflessione accogliente, complessa e ad ampio respiro, rivelando troppo la sua posizione di partenza, che è evidentemente alle spalle di Leo, delle nuove generazioni (più libere, aperte e che si capiscono alla perfezione, nonostante le lingue) e del femminile, con buona pace dei tentativi di dare una voce anche al maschile paterno. Tra le posizioni narrative che non si accordano sempre alla perfezione, emerge un finale nel quale Jung dimostra la capacità di trovare una sintesi comunque efficace.

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