Recensioni

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Come deve essere un disco di cover? Pretenzioso o fedele? Accomodante o sperimentale? Filologico o personale? Domande per cui non c’è risposta, molto probabilmente perché ognuno, sia esso l’artista che rilegge materiale altrui o un ascoltatore più o meno fanatic dell’artista riletto (o di chi rielabora), avrà sempre qualcosa da ridire.

Nel caso di Alexander De Large Sings The Songs Of Lou Reed ci troviamo di fronte a qualcosa che sta nel mezzo delle succitate ipotesi. Ovvero un disco che trasuda passione e coerenza col mondo dell’artista preso in esame, pur riuscendo a essere molto personale, sperimentale nel suo tentare vie laterali e decisamente rivisitate, senza perdere di vista l’originale. E come si diceva prima, mettere mano a un repertorio come quello di Lou Reed non è facile, non tanto per la materia in sé quanto per l’approccio che si vuole utilizzare e per il fuoco incrociato a cui si va inesorabilmente incontro.

Alexander De Large, in splendida solitudine o quasi – lo supportano Davide Di Giovanni alle tastiere su Perfect Day; Bob Cillo alla chitarra wah wah su The Blue Mask; Elio Mangiark all’organo su Venus In Furs; Santabinder alle tastiere su The Bells; Sara KO Fontana alla “metal machine guitar” (?!) su Coney Island Baby; Davide Miele allo “Springsteen speech” (?!) su Street Hassle – eviscera e rivisita dal di dentro alcune delle canzoni più famose e più belle, diciamolo, dell’ex Velvet Underground.

C’è una indolenza generale, un senso di crooning malandato, quasi di passione cristologica nel riversare, voce e chitarra e quel poco che abbiamo elencato sopra, le viscere del Lou Reed più notturno, oscuro, malandato e drogato, in queste rivisitazioni: si prenda la stranota Perfect Day e si concordi sul fatto che questa versione baritonale e in bassissima battuta sembra veramente uscita da un universo parallelo in cui Reed la incide ubriaco o in scimmia trascinandosi dietro tutto il suo malessere esistenziale (cosa peraltro molto probabile anche in questo universo). O l’altra perla intitolata Venus In Furs, con quegli inserti/intarsi che la rendono ancor più spettrale e disturbante di quanto fosse in origine. O ancora una qualsiasi di quelle 12 tracce che l’autore ha pescato dal repertorio di Lou Reed e che formano la sua personale “love letter”. Sentita, appassionata, dolente e intima come ogni dichiarazione d’amore dovrebbe essere.

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