Recensioni

Iniziamo dal titolo: Il quarto vuoto si ispira al coranico Rub’ al-Khali, termine utilizzato per indicare la quarta parte dell’universo (dopo la terra, l’aria e l’acqua) così come il deserto meridionale della penisola arabica. Nel caso specifico, è chiamato a simboleggiare la zona dell’anima che, parole di Grassini, “non appartiene a nessuna delle tre della tradizione platonica, la nostra parte nascosta, oscura, priva di riferimenti”.
Alessandro Grassini è stato uno dei fondatori nonché il chitarrista dei Symbiosi, una delle più interessanti band new/darkwave nostrane degli Ottanta, in repertorio una raccolta di singoli, un EP e due album, Fabbrica (1989) e Il tempo (2012). Quest’ultimo costituì il frutto di una reunion piuttosto promettente ma che non ha avuto seguito né probabilmente lo avrà, anche a causa della morte prematura – nel 2015 – del bassista Simone Del Zanna.
Nel frattempo Grassini non si è limitato ad “andare a letto presto” (cit.): all’attività di insegnante ha affiancato, come dire, in background quella di musicista, documentata da un live a suo nome – Eroi del 2004 – e soprattutto dall’allestimento di un altro gruppo, gli ottimi Dorothi Vulgar Questions (due album: L’equilibrio del 2008 e Against Myself del 2011).
Il quarto vuoto è quindi a tutti gli effetti il suo primo album in studio da solista, una specie di esordio che lo vede fare i conti con vecchi paradigmi stilistici (trame elettrosintetiche post-punk e new wave) messi a bagno in una sorta di “crepuscolo combattivo”, ovvero in una mistura di inquietudine e consapevolezza, la stessa che cova nel canto perlopiù laconico, sempre al confine del talkin’ snervato (si prendano ad esempio Non so), oppure disposto a slanci di lirismo suggestivo (nella struggente Polvere su una strada bianca) così come a strappi scorbutici (I Remember Nothing).
Se l’iniziale Apri l’anima all’incanto sembra voler imboccare un approccio estatico (ancorché indolenzito) al bilancio delle esperienze e relativo passaggio di consegne (“Ordinare la tua vita/come una sequenza/E capire che per vivere/non c’è nessuna scienza”), la scaletta invece percorre sentieri più tesi e oscuri, dalla processione ipnotica di Bruciava Notre Dame alla marcia a nervi scoperti di Luci gialle di periferia, dall’incedere atmosferico e androide di Black Spring al digrignare serrato de Il replicante (con qualcosa del Giovanni Lindo Ferretti altezza Co.Dex), dalle ugge folk di L’amante (impegnate a spremere il contrasto tra amore e incomunicabilità) a una It’s Too Late che manda in loop un ghigno funky tra sinistre tessiture digitali (con esiti non dissimili dai The Smile più aspri).
Nel finale emerge la vena più cantautorale di Grassini, prima con una La guerra contro me stesso che declina in territorio semiacustico certa irrequietezza The Cure, poi con la misantropia esistenziale della title track (“Il mondo è già complesso/Non lo voglio complicare”) e il suo scivolare in una vertigine quasi Benvegnù.
A dispetto di una certa fierezza solipsistica, Grassini ha chiamato a collaborare un plotoncino di vecchi amici, come l’ex Symbiosi Riccardo Chiarucci (oggi titolare del solo project Slowaxx), Maurizio Sammicheli dei coevi – e altrettanto storici – Funhouse (e oggi negli ottimi The Half Of Mary), componenti dei Dorothi come Marco Provvedi, Alessandro Tucci e Matteo Lotti, Dario Busini dei Marino Makes Market e Damiano Ferrandi (già Tuna Milk). Il risultato è un album notevole, pensato come approdo di un percorso sotterraneo, che sembra non avere mai smesso di tenere assieme musica – ovvero quel tipico sguardo affilato e spiovente che dagli Ottanta di mezzo è giunto, mutatis mutandis, fino a noi – e vita, intesa come essere nel mondo, visione del mondo a partire dall’esserci.
In ogni pezzo sembra di sentire il frangente tra disillusione e impeto, tra la risacca della lucidità esausta e l’onda effervescente di uno strano, appassionato, ostinato fervore. Del resto, come già detto, si tratta di un esordio anomalo, fuori tempo, arrivato dopo tutto il resto. Un ossimoro che cortocircuita schemi emotivi, che inverte le polarità tipiche dei percorsi rock, e un po’ anche del canonico modo di vivere invecchiando con noi stessi.
Insomma, pare uno di quei fuori programma con dentro tanta necessità quanta contingenza, dalla forma scolpita con tenacia sul fantasma vivo della sostanza. Viene da augurarsi che accadano – che ci accadano – più spesso.
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