Recensioni

Mark raffredda i bollori street, urban, tribal – in definitiva, ragga – che lo avevano spinto a dare vita al progetto, frena le pulsioni che avevano animato le sue cose migliori realizzate sotto questo moniker (a partire dal singolone d'assalto Out In The Streets), fa emergere il suo lato più cerebrale, calcolatore, scacchistico, freddo, ambient (e perde la partita a distanza con Kode9). Spacek relegato in un angolino, si impongono per quantità le produzioni dei brani strumentali, una vera goduria per i tecnicisti e gli specialisti, vero cuore senza cuore di un disco lavoratissimo ma tutto tranne che potente, laboratoriale ma non sperimentale, una sequenza di cesellatissimi esercizi ritmici e timbrici.
Le diverse componenti di cui Pritch speravamo potesse fare sintesi vengono invece esposte in separata sede: ci sono i pezzi urban (pochissime cose, Out In The Streets, appunto, e il vocoder liquido ma denso come mercurio di Do U Wanna Fight) e c'è la sfaccettata anima ambient del produttore, fatta di rigorosi giochetti minimaltech-videogame (Our Luv è un lunghissimo showcase di soluzioni mutuate dagli arcade di metà anni Ottanta) e di acquerelli che declinano l'africanismo della ragione sociale secondo modi e toni praticamente latin (non lontanissimi da certa ambient-house Cobblestone Jazz, solo che Mark parte dalla minimal e non dalla deep; Cyclic Sun è una superbo lounge-jazz suonato dal taglio cameristico e dal respiro epico).
93 Million Miles doveva viaggiare avanti anni luce, come prometteva sulla carta la formula del progetto e come promettevano all'ascolto le produzioni dell'EP 2010. Ma la componente afrofuturista è stata quasi del tutto diluita, messa tra parentesi anzi, a favore di un elegante esibizionismo produttivo di certo invidiabile ma che non riesce a scavalcare la supermaniera.
Amazon
