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C’è una discreta attesa attorno al nuovo album di Antony Williams sotto l’alias di Addison Groove, e non solo perché a licenziarlo sono i Modeselektor tramite la sodale 50Weapons. Il producer di Bristol, sia che si presenti nelle vesti d’architetto dubstep con il moniker di Headhunter, sia che sforni tracce footwork nell’esordio sotto l’attuale ragione sociale Transistor Rhythm, ha sempre dimostrato creatività e cesello nel maneggiare di volta in volta l’attualità elettronica che più lo stimolava. Non stupisce pertanto vederlo ora alle prese con una scaletta ringalluzzita dalla jungle, terreno privilegiato d’azione di molti produttori negli ultimi mesi, a partire dai suoi contatti più stretti ovvero Om Unit, Sam Binga e per quelle vie, naturalmente, Machinedrum, Tessela e tutta la ciurma analizzata nello speciale New Eski Jungle.
Con Addison Groove presents James Grieve, dove quest’ultimo è il nome dell’inventore scozzese di una antica varietà di mela, Williams tenta un’impollinazione personale intendendo rullanti e i poliritmi come un naturale sbocco della footwork (vedi anche Dj Rashad con Double Cup) ma anche come una delle possibilità messe in gioco. Rifacendosi alla metafora del frutto, il bristoliano dosa vari stili e generi, consistenze e sapori: dominano colori e dolcezza ma l’ascolto contempla anche tutta l’acid(idità) dei primi morsi. Il disegno post-massimalista ricamato su quest’album dei Modeselektor trova così una perfetta collocazione nelle tracce con l’amico Sam Binga (11th) o nei territori idm-acid à la Chemical Brothers ricollocati a dovere su andamenti footwork (Space Apples o Bad Seed). Altrove, interludi come Malus richiamano alla mente le produzioni di Moderat, come The Spirit Level tira in ballo certo eclettismo 50Weapons o le pieghe r’n’b di One Fall si riallacciano alla Katy B degli esordi.
In generale, la seconda prova lunga di Addison Groove è una produzione assimilabile a Threads di Jim Coles o alla Vapor City di Travis Stewart, ovvero riconducibile a una nutrita serie di lavori (in arrivo anche Scuba almeno secondo quanto ha dichiarato il diretto interessato qualche mese fa) che si sono mossi tra coordinate ad ampio raggio tra pop, ritmi e oculata retrologia dance, una forbice allargata che ha attivato in questo caso un mix di bass, footwork, jungle, house, balearica, ghetto sound e acid . E’ una produzione che mira in alto, questa, dispersiva nel suo approccio ad “innesto controllato”, riuscita nel bilanciare gli ingredienti, nel governare i groove, eppure ancora alla ricerca di una vera quadratura.
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