Recensioni

6.6

Me lo ricordo bene Adam Ant in quei primi 80’s che lo vedevano saettare su Videomusic come un bucaniere cocainico, così improbabile così accattivante, il più folkloristico tra i fuoriusciti pop del post-punk. Un cazzone con abbastanza talento e arguzia da conquistarsi un meritato successo durato un pungo di stagioni. Per quel che ne sapevo, si era ritirato dalle scene pop-rock per darsi alla carriera di attore, la qual cosa mi era subito sembrata parecchio opportuna. Che io possa stramazzare se per quasi tre decadi mi sono chiesto che fine avesse fatto o se sarebbe mai tornato. Poi una trafila di segnali discordanti: indiscrezioni sui problemi di salute (nevrosi, of course), l’immancabile reunion, un album fantomatico più volte annunciato e rinviato. Infine, ci siamo: l’ussaro adamantino è di nuovo tra noi, una bella pancetta a corredo e il piglio di chi ha voglia di rifarsi del tempo perduto. Di strafare.

Il disco infatti, con quel titolo che allude ad una terribile punizione corporale marinaresca, è una sarabanda di ben diciassette pezzi a coprire propensioni country-blues, punk-wave, hip-hop, psych-soul e power-synth-pop. Un vero e proprio festival dell’ibridazione che vede il Nostro beccheggiare su un vascello quasi lo-fi dal quale si spenzola con estro balzano, mettendo a nudo quel po’ di talento ed il mestiere squinternato ma efficace, pure genuino se volete. Al netto delle tracce evitabili (su tutte  How Can I Say I Miss You? – ibrido bluegrass/hip-hop più stantio che altro – ed il techno punk a due dimensioni di Hardmentoughblokes), si fanno apprezzare il funky clashiano di Marrying The Gunner’s Daughter, il doo-wop strambo di Sausage, la psych patafisica di Who’s A Goofy Bunny? e una Bullshit come potrebbe uno zio fanfarone dei Prodigy.

E’ d’uopo segnalare la presenza ectoplasmatica di suggestioni Gun Club nell’aspra e oppiacea Stay In The Game, una Vince Taylor (dedicata a colui che ispirò il personaggio di Ziggy Stardust) incalzante e blasé come un Jonathan Richman in sedicesimi, il languorino stoniano di Vivienne’s Tears e quella Cool Zombie che sprimaccia ruvidità Paisley con tracotanza caricaturale.

Insomma Ant gioca a fare il personaggio, forse lo è davvero, in ogni caso possiede abbastanza forza da farci vedere per qualche istante le cose attraverso lo specchio deformante del suo ego appassionato fino al limite della sragionevolezza. Sembra avere un senso, una storia formidabile e stracciona da raccontarci, la sua vicenda. Per tutto ciò, mi piace oggi come mai mi è piaciuto.

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