Recensioni

Thank God For Beatniks è un disco di confine. In bilico tra il “non del tutto riuscito” e il “più che sufficiente”. E pazienza se tra i crediti c’è gente che in vita è stata capace di scrivere pagine importanti dell’indie e dell’elettronica contaminata come Carl Oesterhelt (Carlo Fashion, F.S.K., MS John Soda, Tied & Tickled Trio), Ivica Vukelic (Die Regierung, Ligthnin’ Ivi), Markus Acher (The Notwist, Tied & Tickled Trio, Village of Savoonga, Lali Puna, 13 & God) e Micha Acher (The Notwist, Tied & Tickled Trio, MS John Soda).
Mood minimale e lo-fi per questo ennesimo progetto collaterale degli elettronici dutch; suono adagiato su una base di chitarre, organo, glockenspiel, basso, batteria; aspirazioni che sfiorano concettualità kraut, ipnosi da bar sport, hip-hop elettroacustico, psichedelia scassata. Come dei Pavement blues traviati dalle tastierine dei nostri Father Murphy (Tiny Beats Of Terrible), certi Whitest Boy Alive sgualciti e poco glamour (Thank God For Beatniks), dei Notwist gangsta senza rivoltelle (Subsequently, alla voce Fat Jon). Materiale che si diverte a disegnare nuovi orizzonti tra i generi (e questo è bene) ma che nel contempo non riesce sempre ad ottenere risultati all’altezza delle “esplorazioni” promesse sul sito dell’etichetta (e questo è male).
Piacciono soprattutto El Topo, Bombay Can e la già citata Tiny Beats Of Terrible, la prima un blues desolato mixato a ottoni malinconici, la seconda una cavalcata innaturale sul terreno accidentato del rock tedesco che tutti conosciamo. Il resto però, è per lo meno opinabile.
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