Ci sono le tradizioni e c’è lo sguardo sul futuro in questo weekend di fine ottobre che ne segue uno tra i più intensi dell’anno con oltre quaranta uscite discografiche.
Da una parte, abbiamo le radici degli Stati Uniti che vengono richiamate in causa dai locals War On Drugs e dal britannico Billy Bragg, dall’altra c’è chi come Lotic porta avanti un discorso di continua reinvenzione di sé, della propria identità, attraverso un’elettronica maculata ora fluida come l’acqua ora ruvida e contundente. Su I Don’t Live Here Anymore, di cui su queste pagine trovate la recensione di Solventi, c’è da dire che, pur restando legato al miraggio degli anni Ottanta, è un disco che trova bontà e ragion d’essere nella vena cantautorale/confessionale del suo leader. E ci si rende conto di questa cosa fin dalla scelta dell’opener, la splendida Living Proof, un vero e proprio inno al viaggio, al sole e alle passeggiate nella natura. Si tratta di un disco ispirato, maturo, non un capolavoro, ma con abbastanza sostanza da essere apprezzato da un pubblico più ampio rispetto ai già numerosi fan del genere e della stessa band. The Million Things That Never Happened è invece il disco di un un songwriter che torna a parlarci del mondo servendosi del country moderno, declinandolo in una molteplicità di maniere: rock, blues, soul, pop. Anche qui c’è buona ispirazione, che più che dall’impegno e dalla militanza trova linfa vitale in un umanesimo di cui Bragg è portatore generoso e resiliente. Nel Water di J’Kerian Morgan in arte Lotic la tradizione, ovvero l’r’n’b, è presa per essere sbalzata in avanti, oltre la società, dalle parti di un’arcadia fatta di arpe a forma di sirena e dei moti di un’elettronica, appunto, acquatica. Per chi ha già apprezzato Björk di Vulnicura e l’Arca essenziale sul profilo vocale, questo è uno dei must del WE.
Se in Bragg cuore e politica sono un tutt’uno, il presente di Marissa Nadler si specchia in metafore boschive, complesse e sofisticate ma anche in luoghi da incubo, scrive Stefano Capolongo in sede di recensione (in arrivo). The path of the clouds è un disco in bianco e nero, proprio come la copertina suggerisce attraverso il primo piano della songwriter; coerente con i suoi otto lavori precedenti, eppur inerpicato nelle disadorne foreste dell’anima per raccontarci i mala tempora di questi anni. Sempre di scrittura di alto livello parliamo per Ocean To Ocean, l’album di Tori Amos che, esplicitamente, parla di perdite e di come affrontarle. Il disco è stato introdotto da una splendida riflessione dell’artista a cui vi rimandiamo. Riguardo agli arrangiamenti, parliamo di un classico impianto arty della Nostra, con piano e voce al centro e decise linee di basso e batteria sul primo perimetro, ai quali s’aggiungono contrappunti di chitarra elettrica e acustica, organetto e generosità di morbidi archi.
E tornando alle radici USA di cui sopra, Jerry Cantrell, leader degli Alice In Chains, ci propone del sano e onesto rock d’annata in Brighten, terza prova solista che si presenta come un divertissement post-grunge realizzato con amici e collaboratori di lungo corso, un disco capace di regalare momenti di grande impatto stilistico ed emotivo, scrive Valerio di Marco nel suo articolo. Anche il post-punk può dire di aver ormai una solida tradizione dietro, e i giovani Geese, con il loro debutto Projector, sono qui per divulgarne il verbo. Per Fernando Rennis, che li ha intervistati, le canzoni contenute nel disco sono una catena di momenti sonori irresistibili, una girandola di emozioni in cui si accavallano sequenze geometriche disegnate da chitarre spigolose che si rincorrono, intervalli evanescenti che si sviluppano su crescendo dinamici e caotiche nebulose noise. Niente male. Ci ha visto lungo la Partisan già casa di Idles, Fontaines Dc e Cigarettes After Sex.
Back to the future. A spingersi su cinematiche alla Philip K. Dick, tra inseguimenti, spy story e sensualità che riprendono discorsi rimasti in sospeso negli anni ’90, pensa Maya Jane Coles che nel suo Night Creature, disco e corrispettivo visivo, viaggia sui binari di una cupa tech-house facendo l’occhiolino qua e là a visioni pop (recensione di Daniele Rigoli). A guardare in avanti, magari inseguendo la formula moroderiana dell’ultimo Weeknd, c’è pure l’ultra intimista Ed Sheeran, che in Equals s’è rifatto trucco e parrucco calandosi nei panni di un glamour vampiro in uno dei singoli che lo hanno anticipato, Bad Habits. Naturalmente il disco se la batte tra i due lati, elettronico e acustico, bazzicando pure del rock springsteeninano, come sentiamo nell’opener Tides. Poi, chiaro, è sempre il solito ragazzo d’oro delle parole semplici, quello accondiscendente e ultra-patinato che tante critiche ha attirato da queste parti.
Tradizioni ancora per i Mastodon di Hushed And Grim, prodotto in collaborazione con David Bottrill (Tool, Stone Sour, Muse, Rush). Un doppio album – 1 ora e 26 minuti – che punta sull’eterogeneità aggiungendo varianti hard rock, psych, grunge, prog e pop alla granitica, eppur potabile (e prevedibile), formula metal. Un disco a suo modo crossover, ma nel senso più pachidermico del termine, con un impianto granitico, messianico, pensato in grande, come possono esserlo le produzioni concept degli Iron Maiden.
E infine, c’è chi guarda indietro per saltare in mondi paralleli e immaginare da questi molteplici futuri possibili. Come dice Mark Stewart, «il dub è la musica del caso, un sogno adolescenziale che finalmente diventa realtà», e pertanto una rilettura di Y, epocale disco del Pop Group in chiave dub da parte del suo storico produttore, Dennis “Blackbeard” Bovell, era assolutamente necessaria.
Le uscite discografiche non sono finite qui. Trovate l’intero dettaglio nel consueto settimanale di SA, Weekly.