«I am not a fighter, I am only human»: intervista ai Geese
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Fernando Rennis
- 28 Ottobre 2021
Quando quest’estate ho ascoltato per la prima volta Disco dei Geese sono rimasto incastrato nei sei minuti del brano. Una catena di momenti sonori irresistibili, una girandola di emozioni in cui si accavallano sequenze geometriche disegnate da chitarre spigolose che si rincorrono, intervalli evanescenti che si sviluppano su crescendo dinamici e caotiche nebulose noise in cui compare anche un pianoforte sgangherato. Ad architettare tutto questo cinque diciottenni di Brooklyn che hanno cominciato a far musica quando frequentavano il liceo e mettevano da parte le paghette per costruire uno studio casalingo in un seminterrato. Il talento ha portato i Geese alla corte di una delle etichette indie più interessanti in circolazione, quella Partisan già casa di Idles, Fontaines Dc e Cigarettes After Sex, e all’album di debutto Projector.
Abbiamo parlato via Zoom col cantante Cameron Winter e il batterista Max Bassin, per lui maglietta d’ordinanza della band di Joe Talbot, per conoscere da vicino gli esordienti ragazzi statunitensi.

La prima cosa che salta all’orecchio ascoltando il debutto dei Geese riguarda il sound, quel post punk rivitalizzato dalle nuove generazioni di musicisti britannici e non – ne parlavamo in un articolo dedicato – che viene rimodellato dal quintetto in un magma di wall of sound, garage e barlumi melodici. Bassin fa mente locale e infila i classici Talking Heads e i contemporanei Black Midi tra le influenze, incalzato poi da Winter che aggiunge alla lista i canadesi Ought.
Prima di scriverla, la musica, i Geese la ascoltano. Mi confidano di usare internet principalmente per scoprire nuovi artisti, infatti parte della chiacchierata gira attorno alla scena musicale italiana, di cui chiedono e su cui prendono appunti. Ma, tornando a Projector, è ovviamente l’euforia il sentimento che prevale nella band, anche perché gli apprezzamenti arrivano da più parti. Il disco, però, è incentrato sulle turbe giovanili, sulla «paura del futuro e la sensazione che qualcosa stia cambiando da un momento all’altro», come precisa Bassin. Winter ricorda il periodo della registrazione: «È avvenuto tutto velocemente, non avevamo mai registrato in presa diretta. Credo che tutte quelle sensazioni siano entrate nel disco. Erano giorni frenetici e imprevedibili». Imprevedibile è anche il sound dei Geese, le cui prime canzoni erano molto cerebrali, «molto Radiohead» precisa Bassin, e necessitavano di una semplificazione, nonostante i tempi dispari e il lato sperimentale di Projector.

Dal canto suo, l’esordio degli Geese si incanala in diverse atmosfere emotive. L’inizio claustrofobico di Rain Dance è tenuto a stento a bada da alcune pause effimere, mentre il groove stiloso di Low Era bilancia l’euforia di Exploding House. La conclusiva Opportunity Is Knocking si dispiega a mo’ di mini suite, con vari momenti sonori che si alternano in un unico flusso ipnotico, proprio come accade per Fantasies/Survival o la title track. I ragazzi stanno già scrivendo nuovi brani e, dall’ascolto di Projector, lasciano intravedere un futuro tutt’altro che scontato sul fronte sonoro. «Il prossimo album sarà diverso da quello che sta per uscire» – mi dicono – «ma possiamo già dire che rimarrà in orbita rock».
Nel frattempo, però, i nove brani che sanciscono l’esordio dei Geese trasudano di talento e sono un ottimo preludio a una carriera davvero interessante.
