Lo scorso weekend, il ritorno dei Black Country, New Road, questo, invece, il doppio atteso ritorno dei Big Thief. Due dischi che si sono immediatamente piazzati ai piani alti tra le nostre preferenze di questo primissimo scorcio dell’anno, nonché due lavori per i quali già possiamo speculare su una papabilissima presenza nella lista complessiva del 2022.
Il disco di Adrianne Lenker e Co. – Dragon New Warm Mountain I Believe In You – è nelle parole di Stefano Solventi, un lavoro di sintesi e frammentazione, di artifici e genuinità, uno sforzo espressivo energico e al tempo stesso spaurito, sconcertante e confortevole. In altre parole, questo quinto (e doppio) album dei Big Thief è una mappa dalle coordinate impazzite, che pure riesce a portarci a casa. Uno di quei dischi per i quali possiamo, prematuramente magari, spendere il sostantivo di capolavoro. Poco da fare, Lenker è una fuori classe, e che la sua scrittura potesse raggiungere vette considerevoli era già chiaro ascoltando i suoi lavori solisti, in particolare lo splendido Songs. Qui però la Nostra si è superata. Grazie alla band, il suo talento risulta amplificato, moltiplicato nelle possibilità arrangiative e dal talento dei compagni. Abbiamo 20 brani in cui rarissimamente la qualità scende sotto l’ottimo. Un’ora e venti di country folk terrigno che lascia un bel segno.
Le roots americane ci servono per riallacciarci a un altro disco. Ascoltate come attacca Held, primo brano di Lucifer On The Sofa degli Spoon, in realtà una cover di una traccia ben nota di Smog. Il riff rock, il calore del deserto, quel cantato latamente soul… Pensate a un tiro rock che si vuole classico ma che classico veramente non è, e avrete una band che non vuol certo prendere lezioni da nessuno quando si tratta di isolare dettagli cool nel flusso musicale. Rubiamo le parole alla recensione di Fabrizio Zampighi per dirvi di un disco decisamente consigliato che, assieme a quelli di Voivod e Urge Overkill, va a completare la panoramica pure rock di questo fine settimana. Per i primi abbiamo un tentacolare 15esimo lavoro in studio intitolato Synchro Anarchy, per i secondi invece siamo su un non meno genuino terreno 70s rock. Il disco della band chicacoana s’intitola Oui e suona come – parole di D’Onghia – il lavoro di una maturità duramente guadagnata.
Anche Eddie Vedder ha pubblicato un disco, ma più che rock il suo Earthling è un lavoro che ne calza il vestito su un’anima pop, o meglio quella di un cantautorato arrangiato di volta in volta hard, funk, folk, ecc. Tutti ingredienti che vanno a formare – e rubiamo ancora le parole a Solventi – un’effervescenza professionale che poco aggiunge a una ormai trentennale carriera. Del resto, da un disco scritto assieme a Andrew Watt (premiato agli scorsi Grammy 2021) non potevamo aspettarci qualcosa di differente, e di «emozioni che procedono a velocità di crociera» ce ne facciamo ben poco.
Rimanendo all’interno degli ampi confini che il rock ha delineato nel corso degli anni, abbiamo il ritorno di Trentemøller con Memoria, un disco che già dal titolo allude a una retromania che giocoforza lo pervade, lo informa e in più di occasione lo tiene prigioniero. Si tratta di un terzo capitolo dedicato a sonorità con le quali l’autore è cresciuto, nello specifico dream pop, post-punk, shoegaze. Ma nel disco, oltre agli omaggi a Slowdive e Cocteau Twins, troviamo anche un lato più elettronico che tira in ballo i Radiohead sul versante Thom Yorke degli anni ’00. Niente di memorabile, ma un finale degno di nota c’è e s’intitola Linger.
Da segnalare per il WE c’è anche Letter, il secondo album del pianista e compositore francese Sofiane Pamart, 18 composizioni pianistiche che confluiscono in un’unica, meditativa e catartica missione in cui si respirano echi di Erik Satie e del primo Yann Tiersen.
Sull’elettronica abbiamo Dj Nigga Fox e un valido In Beings of light di Fort Romeau. Il produttore francese si confronta, come al solito, con un ampio ventaglio di ispirazioni: un dancefloor onirico, a tratti ambient, dove l’immaginario e il reale sono volutamente sovrapposti per estrapolarne le rispettive potenzialità. E lo afferma Mauro Bonomo in sede di una positiva recensione. Su un’elettronica decisamente contaminata folk e art pop abbiamo invece The dream, il ritorno degli Alt-J di cui si è occupato Nino Ciglio, che ne ha apprezzato una matura riproposizione della cifra stilistica con l’aggiunta di un gusto tipicamente americano, fra il far west e la tradizione country.
Last but not least, per (ri)scoprire un’importante testimonianza del fecondo primo periodo Mego – la blasonata label viennese ai tempi condotta dal compianto Peter Pita Rehberg insieme a Ramon Bauer e Andi Pieper – abbiamo la ristampa dell’album Frantz! dei General Magic.
Per l’elenco completo delle uscite del weekend vi rimandiamo alla sezione weekly.