Questo fine settimana si parla anche di rock, e fortuna ha voluto che nello stesso giorno uscissero i dischi di Greta Van Fleet, Motorpsycho e Achille Lauro, giusto perché risulti chiaro chi lo fa e chi invece ne indossa l’abito. Lasciamo la critica alle rispettive sedi. Dell’album dei primi, The Battle At Garden’s Gate, ad esempio, ha parlato approfonditamente Valerio di Marco, ma in questa sede ribadiamo un concetto che forse non passa mai con la forza che dovrebbe: un conto è appropriarsi del cadavere del rock e farne un qualcosa di nazional-popolare ad uso e consumo del pubblico televisivo, un conto è spacciare per originali delle cover sotto mentite spoglie, un conto è tener vivo un linguaggio e un’attitudine superate novità, mode e facili entusiasmi. Kingdom Of Oblivion, lungi da noi definirlo un capolavoro. È l’ennesimo disco extra large dei Motorpsycho ma è anche l’esempio di chi vive il rock con imperitura passione e dedizione. Gente che non deve sbandierare o dimostrare più nulla a nessuno. Libera di non stupire. Con il risultato che questa musica non fa volare ogni due per tre il pensiero su cosa si sia ripreso fin troppo palesemente. L’attitudine e il cuore stanno al posto giusto, il sound si fa anche maculato e boschivo, con una parte intima e riflessiva (The Watcher) ad assumere guise folk (Atet) o riversarsi in muri di granitica proggeria (Dreamkiller). Ci siamo capiti. Dategli un ascolto, che per criticare i Greta c’è sempre tempo, oppure potreste liquidare la faccenda come ha fatto Liam Gallagher.
Il weekend è anche carico di buona musica elettronica che potremmo introdurre volentieri con le Piano Versions di Jon Hopkins, cover ambient pianistiche di Thom Yorke e altri da un compositore che da anni ormai pratica la meditazione con benefici effetti soprattutto per il suo spirito; per quanto riguarda la musica, il capolavoro lo aspettiamo ancora. Se parliamo di ambient, ve n’è dell’estrema dalle parti di Vladislav Delay. Rakka II si spinge ancora nei meandri di una natura ai limiti dell’umana sopravvivenza, ma differenza del suo primo capitolo cerca di irreggimentare l’imponenza di questo suono tra armature e pattern leggermente più definiti, lasciando spazio a – rari – momenti di quiete. Ne usciamo, ancora, frastornati e senza parole, ci racconta Mauro Bonomo in sede di recensione.
Altro lavoro sempre piuttosto sperimentale e altrettanto interessante è quello di Maxwell Sterling, che rimette mano al suo grandangolo di chamber-classica, glitch e puntilismo in Turn of Phrase. Al solito siamo in una terra di nessuno tra rétro e tecnologia, l’elettroacustico e l’artificiale, senza che per queste musiche si possano spendere le consolidate derridiane hauntologie. Similmente alla proposta di Kara-Lis Coverdale, da queste parti ci troviamo più in un ballardiano universo parallelo descritto nei minimi dettagli. Anche Andy Stott se la cava bene con Never The Right Time, che aggiunge un nuovo capitolo a quella che finora era una trilogia condivisa con Alison Skidmore. Il mood rimane elegantemente austero, la presenza infusa più che sostanziata, lo straniamento questione di sottili equilibri che si sposano a un essenziale sound design e a mirate decostruzioni di dream pop, grime, techno e r’n’b.
Completando il giro delle produzioni elettroniche che meritano abbiamo l’album di David Sumner, più noto come Function. Awakening From The Illusory Self sono quattro tracce da far studiare a scuola di techno, scrive Pogliani, quattro svolgimenti senza stravolgimenti di temi che necessariamente rimandano all’età dell’oro dei Nineties. E l’altro bel lavoro è firmato dalla metà dei Lakker Ian McDonnell, in arte Eomac. Cracks è techno più edgy e UK in cui si alternano pulsazioni regolari e battiti spezzati, pervasa da un’atmosfera di mistero e dall’inconfondibile texture sonora ruvida.
Il weekend è anche pop. Pop come i pezzi “imagined” da un pool di star dell’ultimo album di Macca (recensione di Antonio Puglia). E dream pop nell’accezione dei London Grammar, di cui si è occupato Alessandro Liccardo. Il trio ne ha confezionato di elegante e angelico, oltre che di impegnato, con un occhio strizzato al glamour e agli anni ’90. L’album, Californian Soil, è il terzo pubblicato finora e quello più importante da più punti di vista, tutti approfonditi in sede di recensione. Pop è anche il terreno prediletto dai Coma_cose, che in Nostralgia, mix tra nostra e nostalgia, abbandonano i loro giochi di parole (quasi del tutto) per esplorare una poetica della provincia secondo differenti arrangiamenti, tra i quali spunta pure quello à la primi Verdena missati emo di Novantasei.
Sempre dall’Italia, e sempre a proposito di nostalgia, segnaliamo i Canarie di Immaginari – Prima parte, una raccolta di brani in bilico tra un cantautorato con ascendenze funk riconducibili agli anni ’70 italiani, ma soprattutto Don Antonio con La bella stagione, che Stefano Solventi definisce un cantautorato accomodante ma intriso di tiepida gravità.
Per il dettaglio completo sugli album del weekend vi rimandiamo alla pagina dedicata.