Rhino Records ha pubblicato il 4 ottobre una nuova edizione di It’s My Life di Talk Talk. Stampato in vinile nero da 180 grammi accompagnato da una reissue su CD in un nuovo packaging, l’edizione half-speed dell’album è stata realizzata da Matt Colton presso Metropolis Studios e supervisionata da Lee Harris, batterista dei Talk Talk, e Charlie Hollis, figlio di Mark Hollis.
Originariamente pubblicato nel febbraio 1984, It’s My Life è il secondo album della band, che seguì l’uscita nel 1982 del debutto The Party’s Over. Per le sue registrazioni il gruppo era passato da quartetto a trio, con l’uscita di Simon Brenner. È il disco del successo internazionale trainato da Such A Shame, il primo singolo estratto, che scalò le classifiche sia europee che statunitensi. Sebbene molti fan considerino i successivi The Colour of Spring (1986) e Spirit of Eden (1988) come il culmine della loro carriera, il disco rappresentò senz’altro un’importante tappa nella loro ascesa musicale.
Rispetto all’album precedente rappresentò un passo avanti più che sensibile, cui contribuì senz’altro l’ingresso nel team di lavoro del tastierista, compositore e produttore Timothy Alan Friese-Greene, arruolato perché – come la band stessa ebbe a dichiarare – “per lui sono i sentimenti la parte più importante, ed è lo stesso per tutti noi”. A parte lo stato di grazia sul fronte delle intuizioni melodiche, il livello complessivo si avvantaggiò di una cura inedita per le soluzioni sonore, con tastiere e sintetizzatori affiancati da chitarra elettrica, pianoforte, percussioni e tromba. Il risultato è una miscela ammaliante di futurismo synth-wave ed esotismo con un retrogusto atmosferico di estrazione blues-jazz, pur rimanendo nel complesso un disco smaccatamente e potentemente radiofonico.
Non a caso ne furono estratti quattro singoli dal notevole successo, soprattutto i primi due, It’s My Life e Such a Shame, quest’ultimo ispirato al celebre romanzo L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart. In quei primi mesi del 1984 i Talk Talk passarono quindi dallo stato di promessa a vero e proprio fenomeno pop, riuscendo a convincere anche la critica che intravide segni evidenti di sostanza oltre la forma, spingendo persino qualche articolista ad azzardare parallelismi tra il carisma del frontman Mark Hollis e quello di John Lennon. Non mancava chi proseguiva ostinatamente a inserirli nell’allora fiorente filone del new romantic, dimensione però smentita dalla natura stessa delle nuove canzoni: si prenda anche la sola Tomorrow Started, col suo incedere da ballata desertica e lunare, l’esotismo intriso di fantasmi sintetici e una tromba che starnazza free nel bridge. Segnali che anticiparono gli impronosticabili sviluppi futuri, quelli stessi che due anni più tardi The Colour Of Spring lascerà affiorare in maniera palpabile.