Raiz
Raiz, foto di Riccardo Piccirillo (2023)

Raiz risponde alle accuse di sionismo: «Ho sempre parlato di convivenza»

Non menziona termini come «genocidio» o «soluzione finale» nei confronti dei palestinesi, ma sottolinea il proprio impegno per la pace e la libertà di parola

Con un lungo post su Instagram, Raiz ha nuovamente risposto alle accuse di sionismo che da anni gli vengono rivolte. Il musicista napoletano — voce storica degli Almamegretta — ha ribadito il proprio percorso umano e artistico: «ho sempre scritto di confronto, convivenza, coesistenza», sottolineando come già trent’anni fa affrontasse temi oggi centrali come patriarcato, fluidità e sessismo.

La vicenda lo riguarda da vicino anche sul piano personale. Nato da famiglia ebraica, Raiz si è riavvicinato alla fede solo da adulto. Crede nel diritto all’esistenza dello Stato di Israele e per alcuni anni ha vissuto nel Paese, dove si era trasferito dopo il matrimonio con l’israeliana ashkenazita Daniela Shualy, scomparsa nel 2024. Proprio la sua biografia, sostiene, è alla base di accuse semplicistiche: «oggi vengo liquidato come sionista perché ho vissuto in Israele e ho una famiglia acquisita lì».

Nel suo intervento l’artista ha rivendicato scelte e azioni concrete: la partecipazione a manifestazioni contro la guerra, il razzismo e il governo, la collaborazione con gruppi israeliani e palestinesi impegnati per la pace, il sostegno elettorale a forze contrarie a politiche di violenza e occupazione.

Condanna Netanyahu definendolo «atroce satrapo» e affermando di aver «fatto molti più fatti di quelli che blaterano uno slogan muniti di kuffiah al collo». Pur senza menzionare apertamente il genocidio in corso – riconosciuto di recente anche dalle Nazioni Unite – Raiz adotta una posizione che, con le dovute differenze, richiama quella di Thom Yorke: entrambi si sentono sotto inquisizione in un clima polarizzato «da caccia alle streghe», in un contesto in cui, secondo l’ultimo sondaggio, circa il 73% della società civile israeliana sostiene una sorta di “soluzione finale” nei confronti dei palestinesi.

Parallelamente, lo scorso marzo Raiz era stato ospite, insieme al comico Ciro Principe, del ciclo di incontri Di città in città organizzato dal Centro di Cultura Ebraica. L’appuntamento inaugurale, svoltosi a Roma al Pitigliani, aveva messo in luce il legame tra cultura ebraica e napoletana. In quell’occasione, la Comunità Ebraica di Roma aveva dedicato una donazione alla piantumazione di alberi in Israele in memoria della moglie Daniela. Di recente il suo presidente, Victor Fadlun, è intervenuto sull’omicidio di Charlie Kirk, esprimendo posizioni in linea con quelle della presidenza statunitense: «stiamo attraversando un periodo in cui si vuole eliminare il diritto alla parola e ad esprimersi».

Le contestazioni alle azioni di Raiz del resto non sono una novità. Già nel 2010 era stato attaccato dal collettivo universitario napoletano Cau per la partecipazione a un evento pro Israele. Anche allora l’artista aveva risposto rifiutando semplificazioni: «non c’è niente di vergognoso nel voler forzare il manicheismo di chi ha solo voglia di essere fazioso», spiegava, richiamandosi ad Amos Oz e alla necessità di non ridurre il conflitto a un gioco tra “buoni e cattivi”.

Una posizione che ribadisce oggi. «Se volete sapere come la penso, continuate ad ascoltare la mia musica», ribadisce, allegando un verso composto trent’anni fa: «Pe’ mezo ‘e nu nomme, ‘e na pezza che sbatte, e ‘na preghiera a Dio, ‘nfaccia sta terra s’ha da murì».

 

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