Equivocata dai supporter di Donald Trump nel 2020, suonata di fila per 18 ore non-stop da una radio locale canadese, coverizzata un po’ da chiunque, Fripp & Toya compresi, a distanza di oltre 30 anni dalla sua pubblicazione Killing in the Name dei Rage Against the Machine continua a brillare.
Pubblicato nel novembre del 1992, nel pieno delle tensioni post-sommossa di Los Angeles, il brano è diventato un manifesto sonoro contro il razzismo istituzionale e il capitalismo. Tom Morello, chitarrista della band, lo descrisse senza mezzi termini come un’accusa contro “sbirri razzisti, leccapiedi e scagnozzi della classe dirigente capitalista”. Ed è ironico come questo stesso inno di protesta sia stato adottato da figure e contesti lontani dai suoi ideali, dimostrando l’incredibile potere evocativo della musica.
“KILLING IN THE NAME” just hit 1 billion streams on Spotify! Thanks to all those who listened to it: those who love it, those who hate it, and those that have enjoyed it without understanding it. Righteous proof that rebel music and irony are alive and well.
— Tom Morello (@tmorello) January 11, 2025
Sabato scorso, Morello ha celebrato su Twitter il miliardo di stream raggiunto dalla canzone, ringraziando “tutti quelli che l’hanno ascoltata: chi la ama, chi la odia e chi ne ha goduto senza capirla”. Con il suo classico tono provocatorio ha aggiunto: “La dimostrazione che la musica ribelle e l’ironia sono vive e vegete.”
Su SA potete di ripassare l’epopea dei Rage Against the Machine con Profeti di rabbia, l’articolo d’approfondimento curato da Tommaso Iannini. Sulle nostre pagine potete inoltre recuperare il mini documentario Killing In Thy Name.
Lo scorso anno, Morello ha riaperto la sua pagina su X per replicare a un post di Elon Musk che tirava in ballo la ragione sociale della band (“Why are so many people raging FOR the machine?”) affermando causticamente che il ragazzo ritratto sulla copertina del loro secondo lavoro, Evil Empire, era proprio lui.