Quincy Jones aveva esordito all’inizio dell’anno con un paio di pepatissime interviste – una rilasciata a GQ, l’altra a Vulture – in cui aveva parlato senza filtri e a ruota libera a proposito di icone della storia del 900 tutto. Aveva definito ElvisPresley «un figlio di puttana che non sapeva cantare» e i Beatles «figli di puttana che non sapevano suonare», il tutto alzando – come era prevedibile – un gran polverone di polemiche se non veri e propri insulti dalle rispettive fan base. A distanza di sei mesi da questa dissacrante avventura che, ammettiamolo, è stata tra le cose più divertenti accadute quest’anno in ambito giornalistico musicale, Netflix ha annunciato che ha in programma uno dei suoi documentari high end dedicato proprio a lui. A curarlo sarà la figlia del produttore, Rashida Jones, che lo ha co-diretto con l’aiuto di Alan Hicks (già al lavoro sul documentario dedicato al jazzista Clark Terry). Titolo: Quincy.
Ricordiamolo, con settant’anni di carriera, Jones è un mito vivente: ha vinto 28 Grammy Award e collaborato con numerosi artisti, tra cui Frank Sinatra, Ray Charles e notoriamente Michael Jackson. Il sodalizio con quest’ultimo portò nel 1983 alla vittoria del Grammy per il miglior album con Thriller, per la miglior canzone con Beat it e per la miglior performance strumentale R&B con Billie Jean.