Come prevedibile, sono state moltissime le reazioni alla recente – e francamente inaspettata – diatriba tra Morrissey e Johnny Marr, partita forse inavvertitamente con alcune riflessioni del chitarrista su Uncut ed esplosa con l’ormai famigerata “lettera aperta” del cantante, poi nuovamente sbeffeggiata in un tweet dall’ex-collega e, ormai da più di tre decenni, rivale.
Qualsiasi sia la fazione con cui, ancora oggi, si scelga di schierarsi, sorprende che possano ancora scoppiare così tante scintille tra la coppia Smiths, divorziata artisticamente – e umanamente: pare non si parlino da allora, in pratica – nel lontano 1987. Fu Johnny, l’8 agosto di quell’anno, a lasciare improvvisamente il gruppo dopo sei anni di attività frenetica al fianco di Moz come inseparabile e indispensabile compagno – molto più di una spalla o di un semplice comprimario, come è noto. I motivi sono molteplici – su tutti, l’esigenza di Marr di aprirsi a nuove collaborazioni, e di liberarsi da una partnership artistica e da una routine lavorativa che trovava soffocanti e che lo avevano ormai esaurito (complici anche le inevitabili dipendenze del caso).
Che sia stato, per Morrissey, il più grande dolore umano e artistico della sua carriera – dal momento che gli Smiths, freschi di contratto Emi, erano a un passo da una possibile consacrazione mainstream planetaria alla R.E.M., per intenderci – è del tutto comprensibile e traspare, ancora oggi, dalle sue parole dirette a Marr, piene della consueta arguzia e non prive di un certo sarcastico livore.
Quello che tuttavia pare essere sfuggito a tanti commentatori – eccetto Rolling Stone, che però non va del tutto in fondo alla questione – è un passaggio cruciale, e particolarmente rivelatore. «It was YOU who played guitar on Golden Lights — not me» viene tra le altre cose rinfacciato al chitarrista, per sottolineare come la militanza negli Smiths fosse una sua libera scelta, e non una tortura o una violenza.
Perché citare, tra le tante incisioni di Marr, proprio Golden Lights? Perché una delle più oscure b-side, uscita sul retro di Ask nel 1986 e diffusa su larga scala grazie all’inclusione nell’antologia Louder Than Bombs? Si tratta di una cover, peraltro non proprio riuscita (nonostante la partecipazione ai cori di Kirsty MacColl), di un oscuro brano della teenage star inglese Twinkle, uno dei tanti feticci anni ’60 di Morrissey, da sempre affascinato da una certa cultura pop ai limiti del camp e comunque decisamente non-rock – vedi la, invero felicissima, collaborazione con Sandie Shaw nel 1984 (la cui versione di Hand In Glove gareggia con l’originale smithsiano, grazie a un nuovo, apposito arrangiamento di chitarra, cortesia proprio del guitar master oggi nerocorvino).
Il punto è che, nelle parole di Marr, Golden Lights è stato «il punto più basso di sempre» degli Smiths, insieme all’analoga rilettura di Work Is a Four Letter Word, uscita come lato B di Girlfriend In A Coma e citata più volte come definitivo punto di rottura artistico tra i due («non ho fondato gli Smiths per fare cover di Cilla Black», ha detto il chitarrista all’indomani dello split). Che Moz usi proprio Golden Lights (di cui, c’è da crederci, deve andare orgoglioso) come argomento per stuzzicare l’ex amico, dopo decenni di silenzio, è a suo modo un delizioso colpo da maestro (bigmouth strikes again).
La morale della storia è: qualsiasi cosa pensiate di lui, non dite mai qualcosa che non piace a Morrissey. Se la legherà al dito e troverà il modo di usarla contro di voi, fossero anche passati trentacinque anni. O forse, è che livore e amore sono – quasi – la stessa parola (per dirla in inglese, “love” and “hate” are four letter words).
Su SA potete rileggere la sopracitata lettera aperta e rileggere il tweet con il quale Marr ha replicato, ma anche ripassare l’approfondito monografico scritto da Nino Ciglio sugli Smiths e la recensione classic di The Queen Is Dead.