Lo sguardo di Kae Tempest è uno strumento. Musicale e non. Apre e chiude i condotti emozionali della performance. È posato, è selettivo, è comunicativo. “Sono qui, in un posto che non conosco. Poi vedo che lì fuori c’è il Pride e mi sento subito a casa”. Prima di iniziare i suoi 80 minuti di performance, Kae ci tiene a tranquillizzare il pubblico. “Non allarmatevi se non capite tutto, cercate di farvi prendere dalle emozioni”. Poi il nulla. Non dialoga con le poche centinaia accomodate nello spazio Fucine delle OGR. Ma fa ben più di questo. Una performance che è una liturgia, con Kae che non rompe mai la quarta parete, perché è la quarta parete stessa a diventare interlocutore, vittima consenziente di questo turbinio emozionale.
Parole su parole che si fanno musica. Musica in ordine sparso. Che è anche lo slogan della decima edizione del Torino Jazz Festival, all’interno del quale è stato ritagliato uno slot per l’artista di Lewisham. Un festival che concepisce il jazz in senso tutt’altro che ortodosso. Per cui, fra le escursioni nella musica brasiliana di Milton Nascimento, il prog e avant rock dei norvegesi Elephant 9 e leggende del contrabbasso come Buster Williams, lo spoken word trasversale di Tempest non è fuori luogo. Le esplorazioni elettroniche, le tastiere e i synth accarezzati elegantemente da Hinako Omori impreziosiscono la trama già affascinante dell’ultimo album The Line is a Curve.
Le Officine Grandi Riparazioni sono il luogo ideale in cui consumare questo cerimoniale simpatetico. Riqualificato nel 2013, dopo un periodo in cui rischiava lo smantellamento, l’ex stabilimento di riparazione ferroviaria è un hub dinamico in cui al posto dei treni si rigenerano idee, innovazioni, creatività. Si riflette sui concetti di identità, salute, ambiente. Tutti temi che Kae fa propri nei suoi brani. Aggiungici che, per una coincidenza astrale, proprio in quel giorno Torino si dipingeva dei colori del Pride e la scena è pronta.
Da traccia uno a traccia dodici di The Line is a Curve. Esattamente in ordine. Poi qualche rapida incursione negli altri tre dischi. Non è casuale. È come dire che Kae è una persona diversa ora, e l’ultimo album è quello che incarna questa nuova identità nel migliore dei modi. Abbandono, resilienza e accettazione. Un iter che, come dice il titolo, non è una linea retta, ma una curva verso la quale l’artista anela.
La setlist ci racconta la sua storia, la nostra storia. E allo stesso tempo quella della decadenza del suo Paese, che, per esteso, è la decadenza del nostro. “Europe is lost, America lost, London Lost“, eppure si rivendica a gran voce la vittoria, c’è gente “dead in their lifetime“. “What am I gonna do to wake up?” dice nel brano tratto da Let Them Eat Chaos. Il dolore, quello personale, fa capolino in Circles da Everybody Down (“There must be more than this, I don’t know why I can’t change“), scritta in un’epoca in cui il suo pronome era ancora “she” e le sue idee ancora confuse. L’urgenza degli esordi, però quella sì che è un piacere ascoltare.
Ogni parola è un macigno, ogni rima un sussulto emostatico. Kae vuole che il pubblico non anglofono sia in grado di percepire il senso delle sue canzoni. Per cui scandisce le parole con una precisione che farebbe invidia a un politico in campagna elettorale. Il pubblico gradisce. Priority Boredom, Nothing To Prove, More Pressure sono brani più dinamici. Anche i più timidi annuiscono, qualcuno si alza dalle sedie e si unisce al gruppetto che balla al lato del palco. Kae muove lo sguardo dalle sue scarpe al pubblico, poi chiude gli occhi, sorride. Usa i gesti come estensione della sua anima. È un fiume in piena, nel quale scorrono i frammenti della sua esperienza personale. Che, nella cattedrale ipnotica delle OGR, si fa l’esperienza di tutti.
“I’ll fight you till I win” ripete ossessivamente in Move. Speranza nata nella sofferenza, nella determinazione, nella lotta. Al gelo di synth di I Saw a Light fa da contraltare l’r’n’b emozionale di No Prizes. Mentre eucaristico rimane il momento dedicato a These Are The Days, blues malinconico in cui l’onestà di Kae diventa una lama affilatissima: “These are the days when I feel the days Rise in my body and I take them in hand“. È impossibile distogliere lo sguardo dal palco. Ogni sillaba pronunciata ha attaccata un magnete, un modo per riempire un vuoto che non sapevamo di avere. Come quando in Smoking Kae ci ricorda che “there can’t be healing until it’s all broken“, prima di demandare uno spazio per essere vuoti, da affiancare ai ricordi che ha distrutto di quella ragazzina che oggi non è più, ma di cui ha bisogno per capirsi fino in fondo.
Efficace e ipnotico, il live di Kae Tempest aggiunge un’ennesima dimensione empatica al già carico catalogo dell’artista. Musicalmente, le magie elettroniche di Hinako Omori non sono solo funzionali alla performance energetica di Tempest. Sono anche occasioni per apprezzare gli arrangiamenti (Holy Elixir su tutte) e il delicato affresco sonoro (Grace). La performance di Tempest è una catarsi con un obiettivo preciso. Quello di darsi supporto, riconoscere i propri simili, trovare amore, amicizia, sorrisi, empatie nelle storie degli altri, nelle… facce delle persone. People’s Faces (da The Book of Traps and Lessons) chiosa alla grande: “There is so much peace to be found in people’s faces“. Cute anserina e occhi lucidi. Kae se ne va con la consapevolezza di aver riempito qualche centinaio di cuori, compreso il suo.
Setlist
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Priority Boredom
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I Saw Light
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Nothing To Prove
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No Prizes
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Salt Coast
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Don’t You Ever
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These Are The Days
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Smoking
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Water In The Rain
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Move
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More Pressure
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Grace
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Extract from “Brand New Ancient”
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Europe Is Lost
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Ketamine for Breakfast
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Circles(Second verse from “Truth”)
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Firesmoke
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Holy Elixir
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People’s Faces
