Jazz Is Dead! 2026 chiude l’edizione “Backwards” con 8.000 presenze

La nona edizione della rassegna, ospitata tra Cascina Falchera ed El Barrio, conferma la crescita del progetto: tre giorni di musica senza confini, 40 performance, 150 volontari e un pubblico partecipe per un appuntamento che guarda già al decimo anniversario

Si è conclusa con circa 8.000 presenze la nona edizione di Jazz Is Dead!, andata in scena dal 29 al 31 maggio tra Cascina Falchera ed El Barrio, a Torino. Un risultato significativo per un’edizione che aveva scelto come parola chiave Backwards.

Come avevamo raccontato nella nostra presentazione dell’evento, l’edizione 2026 ha abbandonato la centralità del grande palco per adottare una configurazione più fluida e immersiva. Una scelta che ha trovato piena realizzazione nei due poli del festival: Cascina Falchera, cuore delle attività diurne, e El Barrio, teatro degli aftershow e dei dj set notturni fino alle prime ore del mattino.

Secondo gli organizzatori, proprio questa nuova configurazione ha permesso di vivere il festival come un’esperienza continua, dai concerti del mattino ai dj set della notte, passando per il campeggio e gli spazi di socialità diffusi all’interno dell’area.

Una line-up tra elettronica, jazz e sperimentazione

Nel corso dei tre giorni si sono alternati oltre 40 live e dj set, un flusso musicale continuo che la direzione artistica aveva immaginato come un lunghissimo set senza interruzioni. Tra i protagonisti della nona edizione figurano Alessandro Cortini, Matmos, Lucrecia Dalt, Big Brave, Marta Salogni & Stefano Pilia, Moor Mother, The Heliocentrics, Yazz Ahmed & Ralph Wyld, A Guy Called Gerald, Horse Lords, Sanam, The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble e Glacial, il progetto che riunisce Lee Ranaldo, Toby Buck e David Watson.

Accanto ai nomi internazionali hanno trovato spazio anche numerose realtà italiane, tra cui Bono Burattini, formazione che avevamo recentemente approfondito in una nostra intervista dedicata, insieme a Marta Salogni e Stefano Pilia.

Accessibilità, cura e comunità

Uno degli aspetti più caratterizzanti dell’edizione 2026 è stato il lavoro dedicato all’accessibilità e alla costruzione di uno spazio inclusivo. Il festival ha confermato la presenza della Take Care Area, sviluppata in collaborazione con PIN e Cactus Psicologia, integrando supporto psicologico, ascolto, riduzione del danno e zone di decompressione.

Una visione che si è riflessa anche nel coinvolgimento della comunità: sono stati infatti 150 i volontari e le volontarie coinvolti nel percorso formativo culminato nei tre giorni di festival, affiancati da uno staff composto da circa 70 persone.

Nel bilancio finale gli organizzatori hanno sottolineato come Backwards abbia dimostrato che l’evoluzione non segue necessariamente traiettorie lineari e che il cambiamento può generare nuove possibilità di incontro. Una trasformazione che ha riguardato non soltanto la forma del festival ma anche il rapporto con il pubblico, descritto come parte attiva e fondamentale dell’esperienza.

Archiviata la nona edizione, Jazz Is Dead! guarda ora al futuro. L’appuntamento è già fissato con Jazz Is Dead! 10, il decimo anniversario del festival, accompagnato da un titolo che suona come un invito e una dichiarazione d’intenti: Come Together.

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