La fabbrica di plastica, il secondo album di Gianluca Grignani uscito nel 1996, è stato pubblicato per la prima volta in vinile (e in altri formati) lo scorso mese, in occasione del suo 25° anniversario. La notizia della ristampa è stata accolta con grande entusiasmo da nuovi e vecchi fan del songwriter brianzolo, soprattutto tra coloro che lo considerano un culto o, addirittura, uno dei rock album cruciali degli anni ’90. Da queste parti ne abbiamo approfittato per ragionarci su a freddo ricavandone un giudizio non lusinghiero ma a nostro avviso anche piuttosto neutrale. Nel frattempo, Grignani stesso ha sentito delle buone vibrazioni da tutto questo e ha annunciato una data speciale, fissata per il 29 gennaio 2022 al Forum di Assago, in cui lo riproporrà dal vivo per intero, palla colta al balzo da RS Italia che gli ha fatto alcune domande.
Che nel disco si sentisse forte e chiara la presenza delle chitarre di The Bends dei Radiohead trova ovvia conferma, ma già lui stesso lo aveva più volte ribadito nel corso degli anni. Grignani voleva John Leckie che aveva prodotto proprio quel disco, lavoro che lo aveva impressionato per l’uso ritmico delle chitarre, “quasi da batteria”, specifica ora. Va a finire però che le parti di chitarra che si sentono ne La fabbrica di plastica sono il risultato di un montaggio tra le sue e quelle di Massimo Varini. Cruciale anche il fatto che il disco sia stato registrato in controfase ma mica apposta, piuttosto per un errore tecnico («Significa che le frequenze dei vari strumenti si annullano… …Se lo ascolti in radio fa cagare, ma se lo ascolti su uno stereo è una bomba») e che Chris Blair, responsabile del mastering agli Abbey Road Studios, lo avesse aiutato a migliorare il mix che lui stesso aveva approntato, nonostante gli appunti, le critiche e le “rotture di coglioni” di Greg Walsh (il co-produttore del disco). Perché il missaggio lo aveva svolto sempre lui, anche se sulle note di copertina figura Maks Lepore. Ne vien fuori il racconto di un ragazzo solo contro tutti, di uno zero to hero tornato punto a capo («Fu un insuccesso annunciato. Volevano che fallissi») che all’epoca s’era messo in testa di portar a termine un disco rock, e non quello di ieri, bensì quello a lui contemporaneo, o perlomeno quello del 1995.
Grignani era un artista mainstream italiano che voleva suonare questa musica a un’Italia che le orecchie, a ben vedere, le aveva ben sintonizzate – Afterhours (Germi è del 1995), Santo Niente (La vita è facile, 1995), Massimo Volume (Lungo i bordi, 1995) CSI (Linea gotica, uscito a gennaio ‘96), Marlene Kuntz (Il vile, 26 aprile 1996), Cristina Donà (Tregua, 1997), Scisma (Rosemary Plexiglas, 1997) – ma stiamo parliamo dell’altra Italia, quella indipendente. Il grande pubblico quel disco non lo comprese, non lo decifrò, come scrive Solventi in sede di recensione, così come è chiaro dall’intervista di RS che radio e un ampio spettro di addetti ai lavori lo boicottarono. Questo però non ha nulla a che fare con il suo valore artistico, di cui la successiva carriera del songwriter circoscriverà vena e urgenza a una caparbia eppure avversa fase, a partire dal dato di vendita (8 milioni e mezzo di copie di Destinazione Paradiso contro le 80mila di Fabbrica) che, con il racconto/senno di poi, non era manco quello più dolente.
Fa un po’ specie – tenuto conto della lista di dischi citata sopra – quando, a un certo punto della chiacchierata, Grignani spara: «Ho fatto una cosa che prima non esisteva», chiedendosi perché all’estero facessero dischi così (come The Bends, ndSA) e in Italia no. Ma suona assolutamente sincero quando aggiunge: «mi infilai con la testa, coi piedi con l’anima nel rock, quello di cui avevo sentito parlare». Rock di cui quindi si innamora dopo Destinazione Paradiso. E rock dal quale farà retromarcia parzialmente con Campi di popcorn (1998) e poi sempre più nei lavori successivi.
Di seguito lo streaming in cui Massimo Varani racconta alcuni aneddoti e dietro le quinte delle session de La fabbrica di plastica.
