Negli ultimi anni l’appropriazione dell’immaginario pop da parte di movimenti e leader politici conservatori e nazionalisti è diventata sempre più frequente. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump è stata più volte contestata da artisti e detentori dei diritti per l’utilizzo di canzoni durante comizi ed eventi pubblici, spesso in contrasto con il significato originario delle opere. Tra i casi più noti le dispute legate a Neil Young, agli eredi di Leonard Cohen e alle polemiche sull’uso di Killing in the Name dei Rage Against The Machine.
Uso indebito
Un caso analogo è esploso in Italia dopo l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, tenutasi nel fine settimana a Roma, durante la quale Roberto Vannacci ha utilizzato Futura, storico brano di Lucio Dalla, affermando che «il grande Lucio Dalla guarda al futuro, proprio come noi».
La canzone, pubblicata nel 1980 all’interno di Dalla, nasceva dall’osservazione del Muro di Berlino e immaginava una storia d’amore capace di oltrepassare divisioni ideologiche e confini fisici. Una prospettiva difficilmente conciliabile con il profilo politico attribuito a Vannacci, incentrato su temi come la remigrazione e su una critica alla cosiddetta “ideologia LGBTQ+”.
La replica della Fondazione Lucio Dalla
Immediata la reazione della Fondazione dedicata al cantautore bolognese. «Non ne sapevamo nulla, nessuno ci ha chiesto l’autorizzazione», hanno dichiarato i rappresentanti al Corriere della Sera. «L’uso politico della canzone è un fatto molto spiacevole, non abbiamo mai consentito un uso delle sue opere in alcun contesto politico. Una cosa del genere non ci era mai capitata».
Ancora più netta la posizione di Dea Melotti, cugina dell’artista e vicepresidente della Fondazione, che a Repubblica ha ribadito: «Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione e, se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio».
Currieri: «forse non l’ha capita»
Tra le voci critiche anche quella di Gaetano Curreri (Stadio) e storico collaboratore di Dalla. Ricordando il viaggio a Berlino durante il quale nacque Futura, il musicista ha osservato come il significato del brano sia incompatibile con l’interpretazione proposta da Vannacci.
«Forse non l’ha capita», ha dichiarato. «Quello che dice lui è in totale contrasto con ciò che Lucio esprime in Futura. Eravamo insieme davanti al Muro quando la scrisse. Lucio era per unire e non per dividere, credeva nella pace e nella convivenza delle diversità. Sono certo che non sarebbe stato affatto felice».
Durissimo anche Eugenio D’Andrea, per anni avvocato del cantautore: «Se non c’è stata autorizzazione, chiederei formalmente che la sua canzone e la sua figura non siano più accostate al partito del generale Vannacci. Lucio Dalla non ha mai avuto bandiere».
Distanza tra messaggio e politica
Servirsi di simboli, canzoni e figure provenienti dalla cultura popolare per costruire consenso, riconoscibilità e un senso di vicinanza emotiva è ormai una pratica ricorrente nelle destre contemporanee.
In questo quadro si inseriscono anche episodi più laterali, come il documentario dedicato a Melania, la cui produzione è stata contestata per l’utilizzo non autorizzato di porzioni della colonna sonora composta da Jonny Greenwood per Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson.
Nel caso di Futura, il cortocircuito appare particolarmente evidente: il brano di Dalla nasce dall’idea di un futuro senza muri, attraversato dalla possibilità di superare confini, identità contrapposte e divisioni ideologiche. Il suo utilizzo in un contesto politico che fa invece della difesa dei confini e della rigidità identitaria uno dei propri cardini apre una distanza difficile da ignorare, prima ancora che una questione di autorizzazioni.