La prossima edizione dell’Eurovision Song Contest, la settantesima, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio 2026, è già nel caos. L’EBU – l’organizzazione che sovraintende al concorso – ha deciso di confermare la partecipazione di Israele, suscitando un’ondata di reazioni e boicottaggi senza precedenti: le emittenti pubbliche di Spagna, Irlanda e Paesi Bassi hanno annunciato ufficialmente che non prenderanno parte al contest, ritenendo inaccettabile la permanenza di Israele nella line‑up.
La decisione dell’EBU arriva a pochi mesi dalle polemiche esplose durante la 69ª edizione, vinta dall’austriaco JJ, quando la seconda classificata, l’israeliana Yuval Raphael – sopravvissuta alla strage del Supernova Festival del 7 ottobre 2023 – aveva ottenuto un’insperata e massiccia mole di voti da parte del pubblico. Proprio quel risultato aveva riacceso il dibattito sul ruolo politico del concorso, alimentando l’accusa che l’evento fosse diventato terreno di campagne di voto orchestrate. Molti commenti hanno sollevato dubbi sul doppio standard applicato: da un lato l’esclusione di paesi come la Russia, dall’altro la presenza di Israele.
Per provare a limare le tensioni, l’EBU ha varato una serie di riforme che dovrebbero restituire al concorso un profilo più “equilibrato”: riduzione del numero massimo di televoti da 20 a 10 per utente, reintroduzione di giurie professionali nelle semifinali con composizione allargata, misure di trasparenza per il voto e divieto di campagne promozionali sponsorizzate da governi o entità terze
Tuttavia le modifiche non hanno convinto tutti: nella stessa giornata dell’assemblea dell’EBU, le emittenti di Spagna (RTVE), Irlanda (RTÉ) e Paesi Bassi (AVROTROS) hanno comunicato che non partecipano né trasmetteranno la manifestazione, definendo la decisione «insufficientemente garantista» e incompatibile con i valori fondanti del servizio pubblico.
Il risultato è una spaccatura inedita nella storia della competizione, nel contesto di una tregua che non è mai stata tale.