La radiotelevisione irlandese RTÉ ha annunciato che non prenderà parte all’Eurovision Song Contest 2026 qualora l’organizzazione decidesse di includere Israele in gara. In una nota, l’emittente ha definito “inconcepibile” la partecipazione del Paese, alla luce delle vittime civili a Gaza e delle restrizioni imposte ai giornalisti.
Sulla stessa linea si è espressa l’emittente slovena RTVSLO, mentre la Spagna – tramite il ministro della Cultura Ernest Urtasun – ha dichiarato che sta valutando il ritiro. Più cauta l’Islanda: il direttore generale di RÚV, Stefán Eiríksson, ha precisato che la decisione dipenderà dall’esito del processo di consultazione in corso all’interno dell’European Broadcasting Union (EBU), l’organismo che riunisce le emittenti pubbliche, tra cui la RAI.
Il direttore dell’Eurovision, Martin Green, ha confermato che le consultazioni sono ancora in corso e che ogni membro dovrà comunicare la propria partecipazione entro metà dicembre.
Già nei giorni precedenti l’inizio dell’ultima edizione, RTÉ aveva chiesto un confronto formale sull’inclusione di Israele. Il direttore generale Kevin Bakhurst si era detto “sconvolto dagli eventi in Medio Oriente e dall’impatto sui civili di Gaza e sugli ostaggi israeliani”.
Negli ultimi mesi oltre 70 ex-concorrenti hanno firmato un appello per l’esclusione di Israele, appello sostenuto anche dal vincitore dell’edizione 2025, JJ, che ha chiesto apertamente l’estromissione del Paese.
Secondo Frank Dermody, presidente del fan club irlandese dell’Eurovision, la presa di posizione di RTÉ potrebbe innescare un effetto domino: “Si rischia una competizione ridotta a 15 o 20 nazioni”. Di norma, all’Eurovision partecipano fra 37 e 40 Paesi.
Oltre l’Eurovision: le posizioni politiche di Spagna, Irlanda, Islanda e Slovenia verso Israele
Le prese di posizione dei broadcaster nazionali su Eurovision non arrivano nel vuoto, ma si inseriscono in un contesto politico più ampio in cui i rispettivi governi hanno già assunto linee critiche nei confronti di Israele. La Spagna è il paese europeo che si è mosso con maggiore decisione: il governo Sánchez ha introdotto un embargo totale sulle armi e vietato l’accesso a porti e spazio aereo spagnoli a navi e velivoli diretti in Israele con carichi militari. Madrid ha inoltre intensificato il sostegno umanitario a Gaza e adottato un linguaggio politico netto, parlando apertamente di “genocidio” nei confronti dei palestinesi.
Irlanda, tradizionalmente uno dei Paesi più vicini alla causa palestinese in Europa, nel 2023 ha visto crescere le pressioni interne per espellere l’ambasciatore israeliano da Dublino, salvo vederlo richiamato direttamente da Israele l’anno successivo, insieme alla chiusura fisica dell’ambasciata. Il governo irlandese ha definito la decisione “profondamente deplorevole” e, pur in un contesto di tensione diplomatica, continua a mantenere canali diplomatici aperti e a coordinarsi con altri partner europei critici verso Israele, esprimendo al contempo una dura condanna delle operazioni militari a Gaza.
Islanda, che ha riconosciuto la Palestina già nel 2011, ha incrementato il sostegno finanziario all’UNRWA e ha partecipato a numerose dichiarazioni internazionali di condanna delle operazioni israeliane. Pur non aver interrotto i rapporti diplomatici, Reykjavík è tra i governi che chiedono con più insistenza un cessate il fuoco immediato e una ripresa dei negoziati per la soluzione dei due Stati.
Slovenia, dopo il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nel 2024, è andata oltre con misure concrete: embargo sulle armi, bando ai prodotti provenienti dagli insediamenti nei territori occupati e dichiarazione di persona non grata per due ministri israeliani. È uno dei Paesi UE che più si è spinto a tradurre la critica politica in provvedimenti legislativi e diplomatici.