I Geese sono al centro di un acceso dibattito dopo che un articolo pubblicato da Wired ha suggerito come la crescente visibilità della band potesse essere letta, in modo provocatorio, come una sorta di “psy-op”. Con il termine “psy-op” si intende in realtà un’operazione di influenza psicologica strutturata, spesso legata a contesti militari o di propaganda.
Diversi editoriali sono già stati prodotti sulla vicenda, scegliamo quello di Consequence per ridimensionare la faccenda come una strategia di marketing digitale discutibile e anche ingiusta sul piano della percezione, ma di fatto praticabile, basata su budget promozionali e dinamiche tipiche delle piattaforme social, affidata, nello specifico, alla società Chaotic Good Projects.
Secondo questa lettura, la promozione dei Geese si inserisce nelle pratiche contemporanee di distribuzione dei contenuti online: clipping di performance, diffusione su TikTok, lavoro su account e network in grado di intercettare gli algoritmi. Non è manipolazione occulta, piuttosto un tentativo di aumentare la visibilità in un ambiente dove l’attenzione è la risorsa principale.
Da quel che riporta Wired: «l’azienda crea reti di pagine sui social network (in genere su TikTok) che poi sfrutta per far finire la musica della band nell’algoritmo di raccomandazione. Le canzoni sono usate come sottofondo dei video, vengono condivise clip di show dal vivo e a volte sono creati ad hoc account secondari, commenti e interi ecosistemi di interazioni, allo scopo di alimentare (e in alcuni casi produrre da zero) la conversazione intorno a un artista».
Il punto centrale della controversia riguarda proprio il confine sempre più sfumato tra scoperta organica e promozione a pagamento. Nello specifico, parlare di “psy-op” appare una forzatura: piuttosto il meccanismo somiglierebbe di più a quello del posizionamento in uno spazio commerciale come un supermercato. Non è che un brand “inganni” il consumatore, semplicemente chi paga per lo scaffale all’altezza degli occhi ottiene più visibilità, mentre ciò che resta in basso rischia di non essere visto. Una dinamica reale e discutibile, ma che riguarda la struttura dello spazio — non una manipolazione occulta delle percezioni.