Casinò
Casinò, foto via unsplash

Casinò di Scorsese compie 30 anni: finzione o inclinazione naturale?

Correva l’anno 1996, quando nelle sale italiane sbarcò il capolavoro Casinò, diretto da Martin Scorsese e con interpreti del calibro, tra gli altri, di Robert De Niro, Joe Pesci e Sharon Stone.

La pellicola ottenne un buon riscontro al botteghino, ma non riuscì ad affermarsi come fenomeno cult di rilevanza pari al precedente Quei Bravi Ragazzi, con cui condivideva parte del cast e regista. Qualcuno tempo dopo lo definirà un “film sottovalutato”, complice anche il considerevole minutaggio e – forse per gli abitudinari spettatori italiani – la mancanza di Ferruccio Amendola al doppiaggio, voce storica del divo hollywoodiano (e dire che al leggio c’era un altro mostro sacro del calibro di Gigi Proietti).

In 178 minuti, Scorsese mostrava al mondo ascesa, affermazione e declino di un personaggio controverso, Sam “Asso” Rothstein, abile giocatore e gestore di scommesse, capace di costruire un impero nella capitale mondiale del gioco d’azzardo – Las Vegas – e di determinarne la caduta.

Ma Casinò non era solo una storia: descriveva abilmente la predisposizione umana per il peccato, per il vizio insito in ognuno di noi, unito ovviamente a gioie e dolori che lo stesso comporta. Non che oggi sia impossibile assistere a declini simili, ma il mondo del gioco è cambiato: cresce costantemente il numero di persone che non entrerebbero mai in una sala scommesse, preferendo di gran lunga la comodità del divano per i propri attimi di svago, da dedicare a piattaforme di gioco online. Qui a farla da padroni sono i casinò bonus senza deposito, in cui è possibile cominciare a puntare senza nemmeno un esborso economico iniziale, il tutto sotto l’occhio attento dell’ADM, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che regolamenta il settore e svolge attività ispettiva e di vigilanza su tutti gli operatori.

Il ritratto di Scorsese non ha eguali

Il regista di capolavori come Taxi Driver e The Wolf of Wall Street, che più volte ci ha abituato a veder ritratti i concetti di “genio e sregolatezza”, fornisce un quadro chiaro e completo del mondo dei casinò e di quanto possa essere affascinante l’idea di “vincita”, nell’onnicomprensiva accezione di raggiungimento di un risultato che provoca un brivido, sia esso emotivo, economico, sessuale o di potere.

Il cineasta newyorkese, infatti, mette in scena una descrizione, spietata e cinica, dell’animo umano, così corrotto e fragile allo stesso tempo: a determinare l’ascesa del protagonista sono attitudini personali e compromessi di varia natura, questo è certo, ma è altrettanto vero che a causarne la rovina saranno i punti deboli di tutti noi: l’amore, l’amicizia e l’ego.

Un capolavoro che racconta l’essere umano

“Chi siamo? Siamo intrinsecamente buoni o cattivi? Questa è la lotta. E io ci lotto continuamente”

È la domanda che, forse retoricamente, Scorsese pone a tutti noi all’interno della docu-serie a lui dedicata, che ha debuttato su Apple TV+ lo scorso anno e di cui abbiamo avuto modo di parlarvi.

Non è distacco, non è impassibilità, non è indifferenza.
È la riflessione di un uomo, classe 1942, che di storie ne ha raccontate tante, a volte con epiloghi positivi, ma molto più spesso con conclusioni fredde, riflessive e strettamente ancorate alla concretezza.

Un uomo che riflette, guardando la realtà contemporanea, su quanto le persone come lui appartengano ad un mondo ormai tramontato… esattamente come il nostro “Asso” nella scena finale di Casinò, quando ormai passato ad una vita più tranquilla, osserva una Las Vegas che non riconosce più e di cui, sicuramente, non fa più parte.

Chissà se si tratta del triste epilogo di un’opera cinematografica o di una ponderazione che tutti noi, ovviamente in modo più contenuto, faremo un giorno, guardandoci indietro e rivedendo i peccati, e perché no le buone azioni, della nostra esistenza. Solo il tempo ce lo dirà…

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