Burial, pubblicata l’ultima intervista del 2007: «La mia musica non era per la pista da ballo»

Diffusa da Dan Hancox tramite la newsletter Honor Oak Riot, la conversazione rivela l’approccio intimo e malinconico del producer londinese

È stata recentemente pubblicata integralmente l’ultima intervista concessa da Burial (pseudonimo di William Emmanuel Bevan), risalente all’ottobre 2007, poche settimane prima dell’uscita del suo seminale Untrue.
Realizzata dallo scrittore Dan Hancox nel suo appartamento di Tooting, la conversazione restituisce uno spaccato prezioso sul pensiero del musicista riguardo anonimato, dubstep e club culture dell’epoca, oltre che sul modo in cui percepiva le proprie produzioni.

Il contesto: dalla stazione di Balham all’appartamento di Tooting

Condivisa il 25 settembre tramite la newsletter Honor Oak Riot, l’intervista – circa 3000 parole nate da ore di dialogo – è stata accompagnata da un post su Instagram in cui Hancox ne racconta il contesto. L’incontro con Burial avvenne alla stazione di Balham, nel sud di Londra: il produttore, solitamente schivo, indossava una giacca rosso acceso «per farsi riconoscere».

Una volta che abbiamo iniziato a parlare, lui parlava con una passione e un’intensità che ho trovato raramente negli intervistati. Ma era anche diffidente verso l’esposizione, restio ad emergere alla luce, quando ciò che aveva sempre desiderato era restare nell’ombra in fondo ai club, a fare musica nella sua stanza mentre tutti dormivano
Dan Hancox

La musica di Burial: non per la pista da ballo

Nel dialogo emergono diversi aspetti centrali della sua poetica. Burial spiega che i suoi brani non sono mai stati pensati per la dancefloor:

Forse sono più influenzati da quando torni a casa dopo essere stato fuori, in un minicab o su un nightbus, o camminando per Londra a tarda notte, e hai ancora la musica che ti riecheggia dentro
Burial

Musica, dunque, per «persone malinconiche che camminano per Londra sotto la pioggia», coerente con la sua esperienza di vita.

Il rapporto con il fratello e l’idea di essere “un imbroglione”

Il producer racconta come agli inizi non componesse pensando a un pubblico, ma con l’obiettivo di recuperare per il fratello maggiore – allora frequentatore di rave e aspirante producer – un suono perduto. In questo senso si definisce «quasi un imbroglione»: poco preparato tecnicamente, ma capace di catturare emozioni immediate attraverso suoni quotidiani come un accendino, i rumori di film a basso budget o il battito della pioggia. «Ci sono molti pezzi chiaramente non sofisticati – afferma – e li difendo, non mi aspettavo che così tante persone li ascoltassero». Atmosfere che, proprio grazie a quell’immediatezza e a quei dettagli, riescono a trasformare i limiti tecnici in una cifra stilistica riconoscibile.

Quell’immediatezza, però, diventerà una cifra stilistica inconfondibile, capace di trasformare limiti tecnici in un linguaggio unico, come da lui stesso dichiarato in una precedente intervista.

Dubstep, jungle e hardcore come un’unica cosa

Infine, parlando dei generi che in quegli anni segnavano la club culture, Burial osserva:

Non li vedo come generi indipendenti: il dubstep, il jungle e l’hardcore li vedo come un’unica cosa. La penso così, sono terribilmente romantico a riguardo. Non mi piace l’idea che la club music debba essere qualcosa di usa e getta: questa la ritengo una stronzata
Burial

Ad agosto l’artista ha pubblicato due nuovi brani: ComafieldsImaginary Festival . Il commento sull’ultimo 12” dell’artista è su SA a cura di Edoardo Bridda; l’approfondimento di carriera è a cura di Gabriele Marino.

 

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