Ascoltare il 2021 con un diverso sentire. Le cronache e le scelte di Beatrice Pagni

Beatrice Pagni riflette su ventuno dischi, alla loro capacità di cambiare peso e posizione durante l’anno, al loro ruolo emozionale e a quello puramente tecnico

C’è un momento, più o meno verso la metà dei quattro minuti e ventuno secondi di All the things you are, in cui la solennità mercuriale Nick Hakim brucia ruvidissima i versi e sentenzia, “Truth is, things change”. Le cose cambiano, sono cambiate. E lo hanno fatto molto spesso in maniera repentina, in un istante, nell’attesa di una risposta, nel frastuono di un messaggio inaspettato.

Da alcuni mesi, da quando ho dovuto inevitabilmente staccare una spina decennale, abbandonando il ritmo cadenzato della scrittura, ho scoperto una nuova forma di ascolto, un nuovo approccio, o meglio vecchissimo, proprio della mia adolescenza: ingenuo, scevro da sovrastrutture, emozionale, instancabile, in poche parole aperto. Spalancato. Non dover sottoporre un disco alla lente del microscopio di laboratorio mi ha permesso di fare una cosa che in realtà mi mancava moltissimo. Sentirlo, ancor prima di ascoltarlo.

Si dice che le perdite acuiscano i sensi; nel mio caso l’aver lasciato per strada recensioni e racconti musicali, ha scaturito un potentissimo desiderio di tornare a percepire una canzone a livello puramente epidermico, dimenticandomi di quanto l’ascolto tecnico avesse inciso sul giudizio finale di un’opera. Anzi, forse per la prima volta, ho davvero vissuto il significato del nostro giornale. Quel sentire, impressione sensoriale prima di un ascolto ragionato, impressione primigenia che mi ha sempre fatto considerare questo luogo anche casa mia.

Sarà per questa pausa forzata, per questa sorta di abbandono estatico di fronte a tracce sconosciute, che in questo 2021 ho ascoltato tanto e di tutto, senza limiti, se non quelli del sonno, senza generi da scartare, nomi da evitare; e il pensiero di poter avere una visione d’insieme dell’immensa costellazione di dischi pubblicati in dodici mesi (pensate solo a cosa accade ogni venerdi), ecco, in quest’anno dicevo, mi è sembrato molto più semplice arrivare alla selezione dei migliori. Quantomeno immediato. Senza numeri, senza gerarchie che sempre più perdono ogni qualsivoglia parvenza di serietà.

Dicevo i sensi, acuiti, più intensi, vividi, fisici: ho scoperto così che ci sono canzoni che ci mettono in pace con noi stessi, altre che mettono in pace col mondo. E poi ci sono le canzoni che mettono in pace con la Musica, con l’idea che non ci sia niente di più straordinario, urgente, imperativo, strepitoso, immediato di una combustione di suoni e parole.

E se è vero che le cose cambiano, come borbotta Hakim, cambiano con esse gli approcci che dedichiamo all’ascolto, alla fruizione sonora, alle letture musicali, alla semplice scoperta delle nuove uscite. Se a prima vista possiamo apparire semplicemente assuefatti alle regole di un mercato impazzito e fagocitante che presta attenzione a repack, numeri da instore, stream patologici, la realtà potrebbe essere ben diversa. E pure più semplice. Restiamo una società attentissima ai fenomeni, ai protagonisti, agli avvenimenti del nostro incomprensibile tempo. E nonostante le improvvise, a volte brusche uscite fuori strada, continuiamo a muoverci, cuffie in testa e volume alto, lungo gli interstizi per sfuggire al mondo senza, con questo, perderlo di vista nemmeno per un attimo.

La musica di questo 2021 contiene in sé tutto il non detto che i mesi trascorsi ci hanno caricato sulle spalle, dalla paura ormai divenuta presenza costante se non amica dei giorni sospesi, alla malattia, passando per le distanze da abbattere, o gli affetti da colmare. Fino alla mancanza, colmata col contagocce, del ritorno sotto ai palchi, sulle piste, dietro ai mixer. La nostra capacità di ascoltare e intercettare il suono è resa controparte essenziale, simbiotica e permeante di un film che non abbiamo ancora deciso di scrivere, sebbene ne siamo attori principali. Ecco che non ci resta che guardare indietro, immersi nella bolla privata di promemoria e acquisti ancora impacchettati, per provare a disegnare un cerchio – o se preferite uno scarabocchio – in grado di racchiudere tutti i suoni di questo anno vicino all’esaurimento.

Chiudo gli occhi, faccio roteare il capo. E penso a tutti quei dischi che in un modo o nell’altro hanno cambiato il grigio orizzonte di un anno che, sebbene non possa definirsi post-pandemico, ci ha talvolta riconsegnato piccoli e brevi sprazzi di classicissima normalità concertistica. Penso.

Penso al fortunatissimo ritorno – sedici anni di stallo sono troppi – degli Arab Strap, fra ossessioni dark, deviazioni post rock e tutta l’onestà scozzese di chi decide di aprire le danze con questi versi: “I don’t give a fuck about the past/Our glory days gone by/All I care about right now/Is that wee mole inside your thigh”. Un piccolo neo all’interno della coscia, eccoli i dettagli languidi e chirurgici della coppia Moffat-Middleton che tornano catartici e letali. Come sottolinea perfettamente Stefano Solventi in sede di recensione, “il tempo – o se preferite il disincanto terminale della mezza età – sembra averli consegnati a una leggerezza disarmante, che però proprio perché ha la forza (la capacità, l’impudenza) di volersi leggera, suon ancora più insidiosa, un po’ come quando da certe commedie ti arriva il pugno nello stomaco che ti fa vomitare sangue”. As Days Get Dark non è semplicemente un disco, avvicinandosi più a un’idea di progetto poetico con una forte vocazione all’esplorazione di suoni e strumenti.

Penso che dalle tenebre si passa alla luce, come quella emanata dagli arcobaleni r’nb’ di Arlo Parks, poetessa e musicista ventenne che suona l’intensità e la disinvoltura dei suoi anni, penso al viaggio spensierato che hanno compiuto i Brainstory con Ripe che alternano hip-hop, soft-rock e funk-soul; penso all’infinita umanità di Cleo Sol che immola al corpo materno e al suo Fender Rhodes la beatitudine della vulnerabilità di una giovane madre.

Penso alla sete disperata di ricerca che puntualmente arriva dall’universo BADBADNOTGOOD, nel corpo di un suono che ribolle, ora molle ora arcigno, scostante, paralizzante, fra le chitarre che furono dei Camel, gli scherzi dei Jaga Jazzist, e la capacità di suonare moltitudini di accordi in un minuto.

Penso al ritorno glorioso dei Durand Jones & The Indications, al conforto, alla speranza, all’abbraccio che è diventato il loro Private Space, una jam disco-funk uptempo perfetta e mai banale. Dieci brani che incarnano tutta la contemporaneità di una società che sta ricalcolando il valore della propria intimità, di quello spazio privato, immacolato, solidissimo, cantato dai nostri. Sudore e lacrime che contraddistinguono il miglior nu-soul per una scena peraltro indagata quest’anno anche con l’ottimo Yeti Season di El Michels Affair, bislacco progetto del producer americano Leon Michels fra soul e psichedelia etno. E penso al guizzo dell’esordio degli americani The Grease Traps, abilissimi nel muoversi ruvidi e brucianti, i fra influenze soul, funk grintoso, e psichedelia sfumata.

Penso allo stupore creato dal nuovo disco di Helado Negro, mai così maturo e a fuoco come nelle quindici tracce di Far In, una delizia sensuale e allucinatoria che sceglie il compromesso fra strumentazione acustica ed elettronica lo-fi, paesaggi sonori psichedelici e synth acquosi.

Penso ai fotogrammi che ci ha regalato IRA, più che un disco un’avventura a cui non si può essere pronti tutti nello stesso momento. Incani ha riletto il concetto di composizione, smembrando, allontanando i suoni, rendendoli grezze pietre, armi rupestri; lo ha fatto con una valanga di beat, e lo ha fatto con la lingua, creandone una provvisoria, facendole assumere forme e gradazioni diverse, vocabolari diversi – inglese, francese, arabo, spagnolo, tedesco – e lasciando come volontà finale quella di non darsi limiti. IRA è un monolite industrial complesso ed elegante, che spesso commuove con brani che sembrano iniziare dentro di noi, per finire lontanissimo, un’ipnosi distopica che mette insieme Liars, Robert Wyatt, Swans, Heroin In Tahiti. E molto altro che riusciremo a definire fra qualche anno.

Penso a come Madlib con Sound Ancestors sia riuscito a fondere con successo modelli, flussi e atmosfere lontanissime grazie a campionature usate in modo impressionista, stimolante, imprevedibile. Otis Jackson Jr. si muove in un’atmosfera oscura, che oscilla tra l’appagamento, l’istintivo risveglio e la pura epicità, fondendo sample nostalgici e ritmi sperimentali, trovando il modo di rendere il più onesto omaggio a J Dilla. È un disco morbido, crudo, piacevolmente inquietante anche grazie alla maestria con cui Four Tet ha mixato e incanalato l’irresistibile genio del beatmaker americano.

Penso all’acme dei pakistani Jaubi: Nafs At Peace incorpora il jazz ora modale ora spirituale con elementi di musica elettronica e da camera, conferendo all’album un suono mistico e sereno che riecheggia soprattutto ad ascolto terminato. Attingendo dai loro traumi, dalle dipendenze e dalle crisi di fede, i Jaubi tracciano un percorso musicale che prende elementi direttamente dalla musica classica islamica Hindustani e dal futurismo sintetico pieno di fiati cosmici: con loro si utilizza ogni chiave, ogni nota e ogni strumento per creare un dialogo musicale sul sé che abbatte le barriere. Inarrivabili.

Penso alla nuova stella del jazz Makaya McCraven e alla sua rivisitazione (e doverosa ricontestualizzazione) di alcuni classici del catalogo Blue Note Records. Rinterrogandoci tutti sull’instabile rapporto tra la musica di oggi e quella del passato, il suo disarmante Deciphering the message – che arriva proprio dopo il passaggio da International Anthem a Blue Note – sembra sintetizzare alla perfezione un concetto espresso in una recente intervista: “Il campionamento è un gioco tra futuro e passato”. Rimaneggia e reimaggina McCraven, rubando qua e là alla drum and bass, all’elettronica raddoppiata, al funky più liquido.

Penso alla potenza dei dischi strumentali, liberi da testi eppure capaci di una forma racconto perfetta: dal ritorno in gran spolvero della Menahan Street Band di casa Daptone all’incontro nujazz fra Pino Palladino e Blake Mills, bibbia pagana di movimenti e groove spaziali.

Penso alla benedizione che ci ha regalato l’insolita coppia Nick Hakim/Roy Nathanson: il primo avevo sonorizzato alcune poesie del secondo che dopo alcuni anni di amicizia ha deciso di unirsi al polistrumentista per dar vita all’intimo e spigoloso soul-jazz di Small Things. Due menti innovative che rimodellano, interrogano il jazz, magicamente epifanici, realmente necessari.

Penso all’acqua salata di Marco Castello, all’assolata e ballerina Ortigia, all’esordio italiano più riuscito dell’anno perché Contenta tu fa soprattutto due cose: ci fa commuovere – perché la densità nel cantautorato italiano non è mai abbastanza, e ci fa ballare come lo faceva la Motown alla fine dei Sessanta. E penso, restando nel nostro Paese, all’eclettismo urbano targato Studio Murena, alla commistione riuscitissima tra nu jazz e rap, conservatorio e strada, figlia di un flow contemporaneo e bellissimo.

Penso agli occhi azzurrissimi di Puma Blue: con In Praise of Shadows Jacob Allen vive una nuova maturità nel trattare i propri demoni e celebra la bellezza, rendendo grazie a una storia d’amore che lo ha finalmente aiutato a dormire. Una celebrazione della vita nella sua forma più cruda, osservata di sguincio, nell’ombra. Tracce lo-fi che canalizzano traumi, sfocature ipnagogiche e ritmi languidi nel solco di un’attitudine jazz intimista e onesta.

Penso al bene che Sufjan Stevens e Angelo de Augustine sanno farsi volere con A Beginner’s Mind, un album dalla struttura classica, un ritorno alla forma per il cantore di Chicago, grazie soprattutto a un arrangiamento diretto, limpido, lontano dalle finzioni. Stevens ritorna a fare ciò in cui eccelle, ovvero costruire straordinarie canzoni dream-folk su idee bizzarre (dagli stati americani ora si passa a film più o meno noti: è decisamente uno di quei dischi la cui portata si andrà espandendo con gli anni, trasformando le ballate lo-fi e le chitarre sghembe in armonie eterne.

Penso al miracolo messo in scena da Venerus che con Magica Musica ha trovato esattamente tutto lo spazio di cui aveva bisogno, e che meritava da tempo: è un disco bello e rifinito, il miglior pop che abbraccia sì l’ondata di dischi old school – tra boom-bap e soul-funk – ma trova anche soluzioni urban pronte a rischiare trovando il compromesso perfetto fra il gusto contemporaneo e il respiro internazionale. Venerus, sul palco, con la sua brigata fiabesca di musicisti, ad oggi è l’unico che ha pensato a uno spettacolo appetibile per il pubblico estero, per ogni fascia d’età, per ogni ascoltatore. Perché il pop migliore è quello che sa essere senza tempo.

Penso, penso. A questi ventuno dischi, alla loro capacità di cambiare peso e posizione durante l’anno, al ruolo emozionale e a quello puramente tecnico. Penso alla situazione attuale della critica musicale, penso alle possibilità infinite che avrebbe e noto la volontà di fare e farsi la guerra, una critica sempre meno capace di indicare porte e finestre. Penso al suono del 2021 come a un corpo pneumatico, capace di gonfiarsi e sgonfiarsi senza sacrificio. Penso che non smetterò mai di venerare la memoria del suono, sentendo, ascoltando, scrivendo. Con l’augurio che si risolva una volta per tutto quell’annoso problema sollevato da un grande saggio della musica italiana: nel futuro ci vorrebbe più tempo.

Anche, e soprattutto, per la buona musica.

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