Film

Marco Bellocchio

Portobello

23 Febbraio 2026 Italia drammatico

Che meraviglia l’incipit di Portobello, la miniserie di Marco Bellocchio presentata in anteprima a Venezia 82: si accendono i fari sullo studio del set dell’indimenticabile programma televisivo condotto da Enzo Tortora (un meraviglioso Fabrizio Gifuni), universo parallelo fatto di maschere, saltimbanchi e pappagalli, con tutta – ma proprio tutta – l’Italia pronta a goderselo dal primo all’ultimo minuto. Il luogo più visto di tutti, perfetto contraltare di quello meno visto, dove alloggia invece un dimenticabilissimo Giovanni Pandico (Lino Musella), aspirante braccio destro di Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo), Professore della Nuova Camorra Organizzata all’inizio degli anni ’80.

Le stelle e le stalle, apparentemente così distanti, in realtà unite dallo schermo e, attraverso di esso, connaturate l’una all’altra in modo indissolubile. Un legame ipnotico, quasi magico, evocato come un mantra – “Portobello, Portobello, Portobello” – simile a quello tra luce e buio, laddove spesso è proprio nel secondo che si trova il motivo d’essere reale delle cose, ben lontano da ciò che il mondo alla ribalta vorrebbe far credere. Come al solito Bellocchio si muove nel dietro le quinte, portando il protagonista noto su un palcoscenico ostile, dove poterlo psicanalizzare, vivisezionare, smontare e ripresentare. Le stelle e le stalle, appunto, ma sempre di palcoscenico si tratta.

Fabrizio Gifuni in Portobello.

L’occhio del cineasta di Bobbio è però, come già nel caso de Il traditore, Buongiorno, notte, Esterno Notte e, prima ancora, di Sbatti il mostro in prima pagina, anche qui “omnidirezionale”: non si limita a raccontare il modo in cui Tortora visse nel privato la vicenda iniziata con il suo arresto il 17 giugno 1983, ma si rivolge anche a “noi”, intesi come coloro che si dividono tra chi lavora nella TV di Stato italiana di quegli anni e chi si interroga sulla vera identità dell’uomo capace di riempire, nella stessa sera, le case di 28 milioni di italiani.

L’integrazione delle dimensioni micro e macro risuona in ogni frame dei sei episodi del titolo (sei parti di un film lungo sei ore), in cui la Storia e la storia si intrecciano e i fantasmi dello spirito si proiettano all’esterno, modificando percezioni ed esperienze. Sullo sfondo delle vicende, come altre volte accaduto – e sempre più di recente – nella filmografia del regista, emerge la simbologia cristiana e, nello specifico, cristologica: da una parte troviamo un figlio che aspetta e crede in un Dio scomparso, dall’altra un martire sospeso tra martirio e resurrezione.

Portobello è uno specchio dalle tinte oniriche per la memoria storica di un Paese intero e, dal punto di vista strettamente cinematografico, un lavoro totale. Ma è anche l’ennesima meraviglia ascrivibile a una – per certi versi insolita – fase di carriera che sta elevando Marco Bellocchio a miglior regista italiano e a uno dei più grandi al mondo.

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