Film
Molly Smith Metzler
Sirens
-
Elisa Torsiello
- 2 Giugno 2025
Una villa che tutto domina dalla cima di un’altura; isolata, lontana, arredata di specchi e di labirintici spazi, la villa di Sirens è il perfetto riflesso architettonico della sua proprietaria, Michaela “Kiki” Kell (Julianne Moore). Uno scrigno alienante, capace di conquistare e manipolare la mente di chi ne attraversa le immense stanze come il canto di una sirena fragile all’apparenza, ma dura nel cuore.
A farsi da base perimetrale della serie in cinque episodi disponibile su Netflix è un triangolo di matrice femminile (e femminista) dove gli uomini fungono da semplici punti di incontro, vettori umani di pensieri, giochi mentali, e traumi mai superati, nati ed esasperati dalla controparte femminile.
Sono dunque Kiki, Devon e Simone a farsi traghettatrici dell’intero sviluppo narrativo. Lo fanno con fare dicotomico, giocando in (dis)equilibrio tra la sicumera e la paura, l’ansia dell’abbandono e l’umorismo scaturito da chi affronta le proprie dipendenze con autoironia così da colpire se stessa prima di essere colpita dagli altri. Con le loro impeccabili performance, Julianne Moore, Milly Alcock e Meghann Fahy si elevano a tre vertici di una rappresentazione tripartitica dell’essere donna, così divergente, eppure così simile per temperamento, forza, debolezza. Un trittico attoriale entro il quale a brillare è soprattutto Meghann Fahy; dopo The White Lotus, The Perfect Couple e Drop, l’attrice riconferma il suo talento, dipingendo la sua Devon di sfumature nette e realistiche. Un quadro perfetto, il suo, realizzato seguendo le linee-guida tracciate da una mente alacre, attenta e pungente come quella di Molly Smith Metzler, showrunner abile nel raccontare la mente femminile, soprattutto quando intrappolata in cunicoli scavati dalle sue stesse protagoniste.
Non più domestiche (come la protagonista di Maid) ma sirene; le mani non lavano i dolori; adesso sono le bocche a crearne di nuovi sulla base dei vecchi ricordi. L’economia che distrugge lascia pertanto posto ala forza del potere, non più finanziario, quanto emotivo; un gioco di forza che annienta, isola, proprio come una casa posta sulla cima di un’altura. E così le inquadrature si restringono, allontano ogni protagonista dagli altri e anche da se stesso; i volti si duplicano su superfici riflettenti, e i colori brillanti non colorano più, ma abbacinano lasciando ciechi. Ed è nel momento di buio che Kiki vampirizza le sue ospiti, incantandole con il suo fare gentile, vulnerabile, desideroso di attenzioni. La sirena lascia le sue sembianze umane, per elevarsi a mostro, in una metamorfosi continua in cui nessuno è immune, ma tutti sono complici.
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