Film
Sam Raimi
Send Help
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Jacopo Fioretti
- 11 Febbraio 2026
Erano quasi vent’anni che Sam Raimi non tornava a maneggiare l’horror – complice anche il fatto che dal 2013 aveva diretto solo due film – e, a guardare Send Help, sembra non aver perso nulla del suo talento, della sua visione e della sua sensibilità, tanto cinematografica quanto politica.
Il regista newyorkese guarda ad un filone ormai piuttosto datato e collaudato nella Storia del cinema e sceglie l’isola deserta come spazio ideale e allegorico per mettere in scena un saggio sulla cosiddetta società civile e i suoi riflessi nello spazio psicologico e sessuale di chi la abita.

Come in Drag Me to Hell, anche qui Raimi parte dal mondo del lavoro ma stavolta da un punto di vista femminile. È quello di Linda (una splendida Rachel McAdams), impiegata stacanovista nel settore “strategia e pianificazione” di un’azienda a trazione maschile, in cui le risorse umane e la classe dei super manager appaiono separate da un netto confine: poco testosterone, tanta voglia di golf.
Proprio quando sembra che Linda possa ottenere il riconoscimento che merita, il commander in chief passa suo malgrado la palla al figlio Bradley (Dylan O’Brien), quintessenza dell’odioso idiota nullafacente, alla vigilia di un viaggio cruciale a Bangkok in cui è indispensabile la presenza fantozziana impiegata. Ma nel mezzo della traversata una tempesta devasta l’aereo, che precipita nei pressi di un’isola deserta salvando solo due passeggeri. Indovinate quali? Per fortuna, Linda è anche fissata con i programmi di sopravvivenza.

Send Help ribalta completamente i ruoli di potere, giocando anche con la fisicità dei personaggi attraverso trucco e parrucco. I dettagli sono da sempre il marchio di fabbrica di Raimi, che dimostra ancora una volta una visione a 360 gradi nella costruzione di ciò che va davanti alla camera, dai personaggi all’ambiente.
Col procedere del racconto, la feroce satira politica lascia spazio a un tono più intimo, volto a sviscerare desideri e pulsioni primitive, alimentate o frustrate dalla violenza dell’ordine “civile”. Non c’è nulla di didascalico in questo lento scendere negli inferi dell’animo umano: grazie alle possibilità narrative del genere – inteso da Raimi come ironico, dissacrante e senza confini immaginifici – il film arriva allo spettatore con una forza universale, diretta e sorprendente.
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