Film

Marco Bellocchio

Sbatti il mostro in prima pagina

19 Ottobre 1972 Italia drammatico thriller

L’anno è il 1972. Il quotidiano “Il Giornale” sarebbe stato fondato da Indro Montanelli soltanto due anni dopo, ma fu proprio quello il nome che Marco Bellocchio scelse per la redazione in cui ambientare il suo Sbatti il mostro in prima pagina. Un nome assoluto che vorrebbe criticare un intero sistema, quello della manipolazione dell’informazione, ma questa pellicola non è “universale” nel senso di apartitica. E non poteva essere altrimenti data sia la cornice storica in cui il film è ambientato e si è sviluppato, sia la formazione politica e culturale del regista de I pugni in tasca, che ha vissuto in prima persona le rivolte del Sessantotto.

E infatti i confini tra finzione e realtà sono abbattuti fin da subito. Il film, che vede protagonista Gian Maria Volonté nei panni del redattore capo Giancarlo Bizanti, si apre con alcune riprese reali di un comizio della Maggioranza silenziosa, un comitato anticomunista a cui aderivano esponenti democristiani, missini, liberali e monarchici. L’oratore che parla al pubblico è un giovane Ignazio La Russa, che si scaglia contro “le divisioni interessate e volute del fascismo e antifascismo”, “abusate e sfruttate”, invocando la “libertà dell’ordine”. Sono passati cinquant’anni da allora, il dibattito su fascismo e antifascismo è ancora attualità e guarda caso Ignazio La Russa è diventato Presidente del Senato sotto il governo Meloni.

Nella pellicola di Bellocchio la dualità non è tanto tra fascismo e antifascismo quanto tra fascismo e comunismo, e a lui di essere “silenzioso” poco importa. Il Giornale del film è un quotidiano borghese e di destra. Bizanti, su invito dell’editore, segue gli sviluppi di un omicidio a sfondo sessuale di cui è rimasta vittima una studentessa, allo scopo di incastrare un militante della sinistra extraparlamentare e strumentalizzare politicamente la vicenda. Il colpevole, in realtà, è un’altra persona. Piccole curiosità: il film fu girato nella sede milanese de l’Unità e, inoltre, ricorda il caso di un altro omicidio avvenuto nel 1971, quello della studentessa Milena Sutter.

Bellocchio si ritrovò ad ereditare il film da Sergio Donati, autore del soggetto e, assieme al critico Goffredo Fofi, della sceneggiatura, che vi rinunciò per dissidi con Volonté. Sbatti il mostro in prima pagina non fu un successo di critica: Alberto Moravia sulle pagine de L’Espresso scrisse che Bellocchio “fa pensare ad un affresco soltanto in piccola parte dipinto e per il resto appena abbozzato”, pur apprezzandone la caratterizzazione del protagonista. Sul quotidiano “Segnalazioni cinematografiche” del 1973 si legge invece che “situando i responsabili di tale ignominia in un preciso contesto sociopolitico, il film mira a dimostrare che il malcostume giornalistico ha una sola paternità. Un pronunciamento del genere, proprio in forza della sua erezione a principio di condanna, si infrange equivocamente contro il tema base avverso alla manipolazione delle notizie”, poiché chiaramente di parte.

Al di là della contestualizzazione d’epoca, il film di Bellocchio conserva un tema di fondo che è ancora tristemente attuale, anche e soprattutto nell’era del giornalismo web. È una pellicola che risente degli influssi del genere poliziesco degli anni Settanta ma che deve tanto anche alla vitalità e alla cattiveria del personaggio di Gian Maria Volonté, molto simile a quella del Capo della Squadra Omicidi In Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

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