Film
Julia May Jones
Vladimir
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Davide Cantire
- 12 Marzo 2026
L’ultimo dei fenomeni appena sfornati dall’algoritmo di Netflix, Vladimir, è uno di quei prodotti che si guardano quasi più per curiosità che per reale coinvolgimento, un vero e proprio guilty pleasure, o forse sarebbe più corretto dire guilty viewing.
Il motivo principale di interesse risiede nel personaggio interpretato da Rachel Weisz, una docente universitaria ossessionata dal carismatico collega più giovane Vladimir. La serie, fin dalle prime battute, rende subito evidente quanto la protagonista non sia una narratrice affidabile: il suo punto di vista distorto, ironico e talvolta autoassolutorio introduce una dimensione ambigua che rende la narrazione leggermente più frizzante e imprevedibile. Il desiderio risvegliato in M è di fatto il vero motore di una storia che fatica a ingranare la marcia e in più di un’occasione si accontenta di soddisfare il suo pubblico attraverso le fantasie della protagonista.

È un vero peccato, perché Weisz, pur con la sua consueta presenza scenica, non sembra qui particolarmente ispirata e offre una prova meno incisiva rispetto a quelle che l’hanno resa celebre. Del resto non è aiutata da una sceneggiatura appesantita da dialoghi spesso mediocri, pigri rimandi a Lolita di Nabukov, e da una rottura della quarta parete utilizzata con una frequenza quasi meccanica, che invece di creare complicità con il pubblico finisce per risultare ripetitiva e artificiosa. A ciò si aggiunge un uso un po’ goffo di temi riconducibili al movimento MeToo: elementi che evocano a gran voce questioni di potere, consenso e dinamiche accademiche, ma che restano abbozzati e non sviluppano mai una reale forza drammatica.
Infine, non aiuta neppure il personaggio di Vladimir, teoricamente motore della storia ma sorprendentemente piatto. Interpretato da Leo Woodall (già visto nella seconda stagione di The White Lotus), questi appare privo di vero carisma e recitato con una certa svogliatezza (il rapporto travagliato con la moglie gli dona una parvenza di profondità con il passare degli episodi ma non basta). Il risultato è una serie che promette molto sul piano psicologico e satirico ma che, episodio dopo episodio, finisce per rendere la visione più inconcludente che intrigante.
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