Sohn
Sohn, foto di Ramiro Elena (2022)

La vita dietro il vetro. Intervista a Sohn

«Suona molto naturale»: questa frase con cui Christopher Michael Taylor descrive il suo nuovo album mi è rimasta in testa per qualche giorno. In primis, perché ascoltando Trust si avverte l’assenza di forzature, tutto scorre come se i brani fossero stati concepiti in un flusso creativo spontaneo e costante. Ma il terzo disco di Sohn è anche legato a un’idea di natura; la sua elettronica è tutt’altro che urbana, piuttosto sembra cercare l’umanità rifugiandosi in luoghi incontaminati. Sarà per questo motivo che Taylor a un certo punto ha dovuto abbandonare Los Angeles, dove si era trasferito a inizio 2022 proprio per definire le canzoni che stava ultimando, per fare ritorno in quella Catalogna che ormai è la sua dimora.

«Sono stati cinque anni difficili» – mi confida Sohn mentre è in giro in taxi per una Milano bollente – «Ho provato più volte a riprende il discorso dal precedente Rennen, ma alla fine ho avuto il coraggio di cambiare, coinvolgendo per la prima volta altre persone, aprendomi e mostrandomi vulnerabile». Anche per questo motivo potrebbe sembrare naturale una stretta correlazione tra i luoghi e il processo artistico di Trust, ma «in realtà questo è il disco meno influenzato dall’esterno: se Tremors subiva l’influenza dell’Austria e Rennen della California, questo album è il suono di un uomo con il mio vissuto che sprofonda nei macchinari dentro una stanza, un luogo che potrebbe essere collocato in ogni parte del mondo».

SOHN
SOHN, foto di Paul Hyde (2022)

Questa condizione isolazionista, però, ha dato vita a brani intimisti ma aperti a molte influenze. Per esempio, Life Behind Glass ha un sound piuttosto rétro, anzi, come la descrive Taylor «è una versione trip hop dei Pink Floyd»; poi c’è il folk di Riverbank, che si lascia bagnare dal soul. Sohn mi spiega che la qualità principale del suo nuovo disco è quella di essere «accogliente», o meglio: «è il sentimento che spero pervada gli ascoltatori, per me è come se tendessi loro la mano e li facessi entrare nel mio spazio intimo».

Attenzione, però, a non ridurre questo discorso a semplice successione di convenevoli. Oscar Wilde diceva che chi decifra il segno lo fa a suo rischio e pericolo, e se in Trust non ci sono codici da decriptare, è vero che entrare nel mondo di Sohn significa fare i conti anche con i suoi demoni, come si percepisce nelle spaventose voci in Montardit. Non fa venire i brividi, ma lascia un sentore di spiritualità anche la copertina dell’album. Taylor mi spiega che è opera dell’artista indo-olandese Jamel Armand: «la sua arte mette insieme le due anime del suo background, ma è maggiormente influenzata dal ricordo dei suoi antenati. Tutto questo si sposava perfettamente con l’idea di fondo di Trust, ovvero la fortuna di ricevere supporto dalla tua famiglia e dai tuoi amici, la sensazione di sentirti al sicuro ed essere accudito dai tuoi cari».

Con molta probabilità, la migliore descrizione della musica di Sohn non l’ha scritta né il diretto interessato, né tantomeno critici o giornalisti. Qualche mese fa lo stesso Taylor ha ricondiviso un tweet dell’utente Mike Banski. «Come ottenere il miglior mood: Pioggia intensa. In macchina, da solo. Qualsiasi canzone di Sohn. Volume al massimo, preferibilmente anche i bassi», questa la raccomandazione che in un primo momento fa ridere sia me che il buon Christopher. L’artita prende un po’ di tempo e, poi, chiosa: «Credo che sia proprio così, è un ottimo suggerimento. Anche per questo ultimo disco che, a dire la verità, penso sia il più “umano” che abbia mai fatto. Voglio dire, c’è l’elettronica come elemento basico, ma le paure, i sentimenti e le emozioni sono in primissimo piano, come mai prima d’ora».

Questa netta differenza col passato è scaturita da più cose. «In Tremors era come se fossi dietro a un vetro e chi ascoltava mi stesse guardando da uno schermo. Ma questo album ti fa sentire come se fossi seduto in quella stanza, con me e con le persone che ho coinvolto», mi dice Sohn, che aggiunge: «Penso che sia il disco meno pretenzioso che ho fatto, perché non sto più cercando di essere un artista. Ho capito di esserlo». Questa consapevolezza e serenità sono tipiche di chi ha attraversato l’inferno e ne è uscito incolume. Nel corso della chiacchierata questo abisso non ha avuto un nome, ma dalla voce e dalle parole – così come dalle canzoni – di Taylor si percepisce che è tutto alle spalle. Ascoltare Trust significa anche questo, dare un’ulteriore profondità al senso di fiducia.

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