Pride Month. Il queer al cinema: visioni, trasgressioni, avanguardia
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Carmen Palma
- 22 Giugno 2023
Ne ha fatta di strada la rappresentazione al cinema dell’omosessualità (e del mondo queer in generale) dai tempi del codice Hays. Sono lontanissimi i tempi dei garofani verde all’occhiello (simbolo distintivo di Oscar Wilde, e quindi una chiara allusione per gli spettatori del cinema muto), così come lo sono i baci all’angolo della bocca tra Buddy Rogers e Richard Arlen in Wings (1927) o il bacio a una donna di Marlene Dietrich nel film Marocco, travestita da uomo durante uno spettacolo. E ci siamo scollati faticosamente di dosso i cliché, le vite sempre travagliate e tragiche dei personaggi omosessuali.
Forse, il periodo più creativo e affascinante per quanto riguarda la rappresentazione delle istanze queer al cinema è quello a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ma anche negli Settanta, con il movimento di liberazione omosessuale che compiva i suoi primi passi, alcuni film hanno sdoganato nuovi temi, nuovi significati, nuovi modi di raccontare quell’universo tanto a lungo bistrattato persino nella patinata Hollywood. Tra alti e bassi, con i movimenti LGBTQ+ sempre più attivi, anche la Settima Arte è diventata più sensibile al tema di una corretta rappresentazione. Tanti sono i titoli del filone, molti già noti al grande pubblico, altri meno conosciuti.
Isaac Julien – Looking for Langstone
Isaac Julien, artista e filmmaker, ha raccontato l’Harlem Renaissance in Looking For Langston, utilizzando la figura del poeta Langston Hughes. In questo film del 1989, Julien rivendica la voce dello scrittore come fondamentale per la comunità gay afroamericana. Una metafora culturale, non un semplice biopic, in cui il regista impone le sue parole non solo come medium per raccontare l’emancipazione della comunità di Harlem ma soprattutto per costruire, fondare un’estetica dell’universo omosessuale nero. Insomma, un manifesto visivo.
La critica femminista B. Rudy Rich, la “teorica” del New Queer Cinema (il genere filmico di registi come Derek Jarman, Todd Haynes, Gregg Araki, Rose Troche) osservava che la corrente rappresentava perlopiù uomini bianchi. Il lavoro di altri critici, come quello della regista e teorica Pratibha Parmar, ha anche messo in discussione quanto “queer” potesse effettivamente essere il New Queer Cinema se continuava ad ignorare le questioni delle donne e delle persone nere, asiatiche ecc. Effettivamente, al di là di Gregg Araki, nato da genitori nippo-americani, le opere di persone non bianche e delle donne esistono in misura minore all’interno della corrente e, quando ci sono, sono per lo più medio e cortometraggi. E Looking For Langston dura solamente 45 minuti.
Ancora, da citare Khush (1991) di Pratibha Parmar, un breve documentario sperimentale sulla comunità LGBTQ+ di origine asiatica, un’opera sicuramente partecipe della forma e del contenuto New Queer. Forse l’opera più importante che si concentra esclusivamente sui problemi razziali e sulla sessualità è Tongues Untied, corto sperimentale di Marlon Riggs.

Fire Island – Andrew Ahn
E a proposito di film che ragionano in chiave intersezionale, c’è un film targato Disney+ ingiustamente “venduto” come commedia sentimentale di poco conto (complice anche l’orrendo poster promozionale) ma che in realtà ha molto da raccontare, pur mantenendo un tono allegro e molto “pop”: è Fire Island, una rilettura in chiave moderna e queer di Orgoglio & Pregiudizio che del romanzo di Jane Austen conserva tutto, dall’ironia all’analisi sociale, attraverso un protagonista che si muove in un microcosmo (quella del turismo gay) proprio come fa Elizabeth Bennet nella campagna inglese.
Ma lui, Noah, non è solo un millennial che arranca tra vita, soldi e lavoro: è anche una persona di ascendenza asiatica, così come il suo migliore amico Howie. Il regista Andrew Ahn aggiorna in modo fresco e innovativo la formula della rom-com, un genere che a lungo è stato privato di personaggi queer nella schiera di protagonisti (o che funzionavano al massimo come spalla comica).
Avere un gioioso lieto fine è (ancora) una conquista. Certo, non è il primo film del terzo millennio a intersecare le questioni di genere e di orientamento sessuale a quelle di classe e di razzismo, basti pensare al più noto Moonlight di Barry Jenkins, che tuttavia tutto era fuorché allegro. Ma è interessante vedere come qui, tra citazioni ultra pop e ironia, lo sceneggiatore e protagonista Joel Kim Booster ha riproposto il modo in cui Austen racconta le classi e come comunicano le persone tra classi, dando vita a un prodotto leggero, divertente ma non per questo meno intelligente.

Edward II – Derek Jarman
Derek Jarman è stato uno dei registi più proficui del New Queer Cinema con più di 50 film all’attivo, tra lungometraggi e cortometraggi. In particolare Edward II è una pietra miliare del movimento. Prima di questo film, Jarman si era già imposto sulla scena con un’altra opera tratta dalla letteratura inglese, The Tempest (1979), adattamento dell’omonima tragedia shakesperiana, ma anche Jubilee (1977) e Sebastiane (1976), il suo primo lungometraggio girato sulle spiagge sarde, che codificava in maniera queer il martirio di San Sebastiano (è stato anche il primo film inglese ad essere girato completamente in latino).
Da citare anche Caravaggio (1986), il film che forse più degli altri lo ha consacrato all’altare del cinema d’avanguardia. Del resto, Jarman è cresciuto tra Inghilterra, Italia e Pakistan, influenzato dalle opere di Robert Rauschenburg, Kenneth Anger, William S. Burroughs e Anselm Kiefer. I suoi film fanno uso di tecniche sperimentali che vogliono oltrepassare la barriera del realismo, mettendo in discussione la natura stessa della rappresentazione cinematografica, mescolando stili e aggiungendo innumerevoli riferimenti intertestuali. Non a caso tra le sue ispirazioni più importanti c’è quella di Pier Paolo Pasolini, come ha già raccontato Nicola Rakdej sul nostro approfondimento de La Ricotta.
Quando Jarman scoprì di essere sieropositivo, si ritirò in un cottage sulla costa inglese di Dungeness, dove realizzò prima The Garden (1990) e poi Edward II (1991), basato sull’opera teatrale di Christopher Marlowe, tragedia in cinque atti del 1592. L’opera in versi è struggente, passionale, una delle prime a trattare dell’omosessualità di Eduardo II. Un personaggio entrato nell’immaginario collettivo come un uomo effeminato, debole e spregevole (Braveheart di Mel Gibson ha rafforzato questa immagine, contrapponendola alla figura virile e impavida del patriota William Wallace), fu in realtà un uomo sincero, che perse tutto per amore. Il film rende esplicita la relazione romantica tra il re Edoardo II (Steven Waddington) e il suo amante Piers Gaveston (Andrew Tiernan) e, attraverso un’estetica minimalista, inserisce degli anacronismi volti a tracciare un parallelismo tra l’omofobia dell’epoca di Edoardo e quella dei primi anni ’90: i fedeli seguaci di Edward sono rappresentati come attivisti AIDS, quelli che cercano di deporlo sono membri delle forze armate, della polizia e della chiesa.
Sua moglie (Tilda Swinton) è rappresentata come un vampiro. Quando Edward è costretto a bandire il suo amante Gaveston, Annie Lennox appare per cantare Ev’ry Time We Say Goodbye di Cole Porter. E infine, ironia della sorte, il figlio di Edoardo, un ragazzo con orecchini e tacchi alti, danza sulla gabbia dei nemici del padre al ritmo di Tchaikovsky.

Orlando – Sally Potter
Adattare un romanzo come l’Orlando di Virginia Woolf è da folli. L’unico modo per dargli forma è renderlo ancora meno convenzionale, ancora più nevrastenico, ancora più colorato. Sally Potter c’è riuscita benissimo con la sua trasposizione omonima del 1992, con Tilda Swinton nei panni di un personaggio che vive per quattro secoli, cambiando addirittura sesso (ma la parola “gender”, genere, non viene ma citata nel film). E cosa c’è di più queer di un personaggio come questo? Orlando è un film particolare per una vita lunghissima, audace e raffinato, che raccoglie in sé tutte le avanguardie artistiche di fine anni ’80 e usa le parole della stessa Virginia Woolf, riviste e riadattate per la pellicola. In questo mondo che sembra fatto di manichini usciti da un film di Peter Greenway, Potter racconta il dolore, l’ambiguità delle cose, il senso del nulla. Tutte verità raccontate dall’angelo che discende dal cielo nella scena finale del film.
Non è raro, specialmente nei film del New Queer Cinema, assistere a questi “deus ex machina” che giungono letteralmente dall’alto per consegnare un messaggio, per sconvolgere i personaggi, per dare avvio a delle epifanie. Sarà il senso del divino, dell’estesa, sarà il senso del spettacolare che ben si adatta all’estetica queer. Anche in Mysterious Skin di Gregg Araki l’arrivo degli ufo e del rapimento alieno è un modo di rappresentare il trauma, così come in Velvet Goldmine di Todd Haynes la pop-star (che sia l’incarnazione di David Bowie o di Oscar Wilde) è raccontata come una creatura aliena giunta da chissà quale galassia. Insomma, Potter conferma l’interesse del mondo queer per qualcosa che è Altro, extraterrestre, fuori dalla comprensione umana.
Tornando in ambito New Queer Cinema, va detto che il ruolo delle registe di quel periodo è stato piuttosto marginale. Vale la pena citare Cheryl Dune, il cui cinema però assume una connotazione più esplicitamente politica con Watermelon Woman, il primo film queer fatto da e su donne lesbiche afroamericane e un ricerca delle culture e delle identità lesbiche nere storiche, così a lungo negate. Ancora, Go Fish (1994) di Rose Troche (regista e sceneggiatrice di molti episodi di The L World).

Hedwig and the Angry Inch – John Cameron Mitchell
Sono tante le icone del mondo queer. Al cinema, forse la prima che viene in mente è l’ambiguo Dr. Frank-N-Furter del Rocky Horror Picture Show (1975), con le sue calze autoreggenti e il pesante trucco dark. Ma c’è anche Hedwig Robinson, l’irreverente star del glam rock che si è sottoposta a un intervento di cambio di sesso che ha prodotto però un risultato indefinito. Da qui il soprannome che ispirerà il nome del suo gruppo musicale (gli Angry Inch, ovvero Pollice arrabbiato). Tratto dal musical Hedwig and the Angry Inch, il film diretto da John Cameron Mitchell non è stato nel corso degli anni esente da critiche da parte della comunità trasngender stessa, perché aderente a un immaginario ormai superato, perché problematico in certi punti nella rappresentazione e perché poco autentico. Ma Hedwig resta, di fatto, un’icona: per le sue battute taglienti, perché vive in un film politico dall’impeccabile fotografia e montaggio, per la sua tristezza, perché urla, è arrabbiata in maniera viscerale e non vuole affatto contenersi. You Kant always have what you want but if you try sometimes, you just might find, you can get what you Nietzsche: la battuta forse più celebre dell’opera riassume perfettamente il suo spirito.
Ad alimentare la leggenda di questo film, contribuiscono anche le circostanze straordinarie in cui è uscito. Nonostante sia diventato un cult, la pellicola ha registrato una scarsa apertura al botteghino perché negli Stati Uniti è uscito il 12 settembre 2001, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle. Poco dopo, tutte le sale cinematografiche hanno aperto gratuitamente le proprie porte agli spettatori: sebbene molte persone abbiano visto il film, quindi, Hedwig And The Angry Inch non ha fatto soldi alla sua uscita. Un’altra ragione per Hedwig per essere arrabbiata…

And Then We Danced (Da chven vitsekvet) – Levan Akin
Musica significa anche danza. No, non solo quella delle celebre ballroom di New York raccontate in Paris Is Burning di Jennie Livingston, ma, perché no, anche quella tradizionale. Il regista Levan Akin trova nella danza georgiana un terreno fertile per esplorare le tematiche di genere e di orientamento sessuale perché, come viene raccontato nel suo And Then We Danced del 2019, la danza georgiana deve contrapporre alla “candida verginità” delle donne una mascolinità senza pari. Ma cosa succede se alla rivalità battagliera tra uomini si contrappone l’amore? Questa è la storia di Merab e Irakli, in un film bellissimo e tenero che non rinuncia tuttavia alla rottura, alla precarietà che caratterizza il contesto sociale dei personaggi, alla crescita dolorosa ma non per questo meno bella e necessaria.
L’eroe che danza per conquistare diventa l’eroe che danza per trovare sé stesso, per affermarsi in questo mondo. Ballare è un atto liberatorio, per questo assume un ruolo fondamentale per la comunità Lgbtq+ (la storia ce lo insegna) a prescindere dal genere musicale. Lo diventa ancora di più in questo film dove la National Georgian Ensemble impone un clima da caserma, ma la rigidità non basta a fermare la vitalità della danza, non basta a fermare i ballerini a uscire per strada a ballare techno o ad esplorare un amore innocente e puro. Così il film di Levan Akin è un emozionante coming of age, da vedere soprattutto per uscire fuori dai confini del cinema anglosassone e ammirare la bellezza di un’altra cultura, insieme a titoli come Happy Together di Wong Kar-wai, Mademoiselle di Park Chan-wook.

