Marlene Kuntz
Marlene Kuntz live all'Alcatraz di Milano, foto di Andrea Leone (2024)

Marlene Kuntz. Come stavamo ieri, intervista per i 30 anni de “Il Vile”

Piccola premessa (saltate pure se sapete già tutto): quando Riccardo Tesio e l’indimenticato Luca Bergia formavano nel 1988 il primo nucleo di quelli che sarebbero diventati i Marlene Kuntz (un tempo Marlene Kuntz e le suppellettili), il mondo era tanto tanto-tanto-tanto diverso (ci starebbe anche qualche “tanto” in più). Il cyberspazio esisteva sulla carta – dei romanzi di William Gibson – non c’erano whatsapp e social – i cellulari non li aveva nessuno – per qualche mese ci sarebbe stato ancora il Muro – per qualche anno si sarebbe stati ancora nella Prima Repubblica. C’era Videomusic e non MTV – e benedetti Videomusic e il programma Indies che me li avrebbero fatti scoprire nel 1994 (forse non sono l’unico ad averli scoperti lì).

Nel 1989 dopo un corteggiamento insistito – soprattutto di Luca, come ricorderà nel momento più triste lo stesso Cristiano, nel mezzo di una dedica toccante: fosti così bravo a insistere: io non ero convinto, tu mi cercasti, quasi con insistente molestia, e mi prendesti per estenuazione. Se i Marlene sono nati fu proprio per questa tua ostinazione, e mi è così tenero ricordarmelo ora – ai due si aggiungeva Cristiano Godano – il più celebre tra tutti: con i Jack on Fire era stato addirittura ad Arezzo Wave – e allora le cose proseguivano in discesa? – no, niente affatto, solo il tempo, la pazienza, e un perdurante stato di grazia veicolato da tanta tanta-tanta-tanta caparbietà e altrettanta – e intensa – abnegazione avrebbero generato un pezzo da novanta del rock alternativo italiano: Catartica.

Catartica era una rivelazione, di quelle per la vita: eravamo tutti in fibrillazione, gongolavamo al pensiero di una band di casa nostra con l’estetica sonora e il gusto per l’azzardo creativo dell’indie rock internazionale – il rumorismo for art (rock) sake dei Sonic Youth e lo spleen signorile da moderni chansonniers di Nick Cave & The Bad Seeds a fare da ascisse e ordinate di un ipotetico diagramma cartesiano-musicale – e parole in italiano – udite udite, in italiano – di una poeticità che era sì cruda ma anche elegante, forbita – parole di un ermetismo “post-punk” che nulla aveva da invidiare ai cantautori e anzi ne surclassava non pochi sedicenti tali.

Testi in cui volavano teschi e si nuotava nell’aria e si navigava comunque alla larga dai cliché della musica nostrana – testi d’autore i cui preziosismi avrebbero arricchito tanto l’immaginario di un pubblico abituato a masticare musicalmente l’inglese quanto il vocabolario di un rock italico dove si viaggiava troppo spesso a colpi di non c’hai ragione e certe notti qui (ma anche il vocabolario tout court: chi adolescente aveva mai sentito abitualmente parole come “esiziale” o “ineluttabile” dentro e fuori le canzoni).

Un’eccezione, un’alternativa, qualcosa in cui ci si poteva immedesimare davvero – questo per chi maturava al mondo in epoca post-grunge e non aveva vissuto la new wave o la scena indipendente degli anni ’80 – e che non arrivava da New York o da Seattle ma da quella provincia in cui vivevi tu. In tutto quel contesto i Marlene erano davvero qualcosa di raro come l’arcano da serbare, prezioso come un mare da salvare – come avrebbero cantato sul disco successivo – e soprattutto a proposito della mia vita: racconti di Godano come Nuotando nell’aria, Merry X-Mas, Festa mesta, Gioia (che mi do) o Mala mela parlavano direttamente – e parlavano (in)direttamente di te – come di rado accadeva quando c’erano di mezzo una lingua/dei suoni che non appartenevano per ragioni esistenziali-culturali-emotive e soprattutto personali. Nei Marlene c’era tutto, sound e parola.

Si attendeva Il vile nell’aprile del 1996 per avere la conferma di tutto questo. E conferma fu. Non un Catartica-bis: un secondo disco più compatto, più scuro, desaturato nei colori di fondo ma vivido nei contrasti che ugualmente ne disegnavano l’anima (un disegno che è inscritto anche nella trama di ogni canzone, dall’andamento sempre ondivago e frastagliato). Da un lato, l’aggressività: l’invelenita Retrattile, forte di un riff alla Kyuss-stoner corretto Touch and Go e di un epico refrain; i versi osceni, grotteschi a cadenza sincopata di Cenere; i lampi di furore esiziale della secca Overflash; le scudisciate di Il vile – inteso come title-track – e le impennate di Tre di tre. Dall’altro l’eleganza, di Come stavamo ieri, che a un andamento da ballad aggraziata oppone una coda di puro noise, il ritratto preraffaellita a tinte shoegaze di L’esangue Deborah, o la psichedelia semidolce di Ti giro intorno.

E su tutto brani i che spiccano per ambizione, L’agguato, il cui largo maestoso è inquietante preludio allo shock della seconda parte – quando il racconto di un tragitto in macchina che procede liscio tra sinuose allitterazioni si trasforma in psicodramma tonante –, l’allucinato melologo di Ape regina e la sua febbricitante declamazione, scandita da un inesorabile ostinato di basso-batteria, intercalata da digressioni psichedeliche e fughe noise, che ne fanno uno dei brani più complessi ma anche di un’eloquenza mozzafiato, soprattutto nei concerti dal vivo.

Tutto molto stiloso, dai tagli armonici obliqui delle composizioni ai suoni delle due chitarre trattate, da lezione Sonic Youth, nella loro matericità di elettrificati “intonarumori”– e quindi: toni metallici fuori standard, timbri distorti, graffiati, tirati, sfrangiati, sempre un po’ sbilenchi ed eccentrici – senza dimenticare una sezione ritmica capace di apparare un mix di irruenza, elasticità e precisione, sempre a tono quando c’è da picchiare a colpi di maglio come da ricamare di fino, e senza una nota che non sia l’essenziale. Luca Bergia e il neo entrato Dan Solo replicavano a loro modo l’accoppiata di background tra Cristiano e Riccardo, post-punk (Luca) contro metal (Dan) trovando una quadratura generale che sarebbe rimasta come la più iconica dei Marlene Kuntz e quella che li avrebbe fatti diventare quello che sono ancora oggi…

Trent’anni dopo (potete cominciare a leggere da qui) i Marlene sono ancora in gioco e noi qui per celebrare – pardon, per onorareIl vile. Incontriamo Cristiano Godano e Riccardo Tesio a metà mattina di un giorno di febbraio in un ufficio della Universal a Milano. In coppia li aspetta un giro serrato di interviste di persona e da remoto. Il tour Marlene Kuntz suona Il vile parte il 5 marzo da Livorno (con loro sul palco, Luca “Lagash” Saporiti e Sergio Carnevale, basso e batteria). Il 3 aprile a Cattolica ci sarà un “concerto disegnato” da Alessandro Baronciani – che ha arricchito dei suoi fumetti la nuova ristampa in LP. La conversazione corre sul nastro dei ricordi di come stavamo ieri – questa è un po’ telefonata, vabbe’ – e come invece siamo oggi, con la disillusione neanche troppo velata per un percorso discografico che pare in stallo dopo i tra l’altro apprezzabilissimi Lunga attesa e Karma Clima. Nastro che non è quello più analogico di una volta (nell’intervista si parla anche di questo) ma un file digitale in cui rimane impressa una chiacchierata molto informale e schietta di cui abbiamo cercato di mantenere il tono anche nella traduzione scritta.

«Siamo ancora qua, trent’anni sono tanti, anzi trentadue dal nostro primo disco, trentadue anni di carriera… Fa impressione.» È di Cristiano Godano la prima voce impressa nel file audio del registratore: «Per certi versi è abbastanza miracoloso, o comunque una cosa portentosa; se penso non soltanto a noi ma a tutti i gruppi della nostra generazione che facevano rock – e non solo – e che sono rimasti, li possiamo contare sulle dita di una mano. C’è la sensazione di essere stati eroici, in qualche modo, e oltretutto facendo qualcosa che non era nella consuetudine del rock italiano – di sicuro non lo era. Sentiamo un’ebbrezza che è anche una bella consapevolezza: in trent’anni ce lo siamo sempre detti, Wow siamo ancora qua, lo stiamo ancora facendo, anche se per noi è sempre stato così, un po’ una sorpresa, giorno dopo giorno.»

Marlene Kuntz
Marlene Kuntz, foto via Facebook: come stavano ieri…

«Del Vile» – ora è Riccardo Tesio che subentra – «si può dire che è stata la nostra conferma. Catartica era andato piuttosto bene, per quello che ci aspettavamo, e avevamo però l’urgenza, con il secondo album, di doverci superare – abbiamo fatto il primo gradino, ma proviamo ad andare avanti adesso – quindi ci siamo veramente impegnati tanto. Rispetto a Catartica, che era frutto di un lavoro più “hobbistico” di quattro-cinque anni in sala prove – perché noi abbiamo iniziato a suonare insieme nell’89 – in cui avevamo raccolto un bel po’ di canzoni che poi abbiamo scremato, Il vile è stato un lavoro più concentrato, e si sente anche all’ascolto: è molto più compatto e coeso sia nelle sonorità che nella scrittura. A posteriori è stato proprio l’album della conferma: se Catartica aveva piantato dei semi, Il vile è quello che ha fatto l’upgrade e ha fatto dire: “Cavolo, sti Marlene sono tosti”.» E tutto (Cristiano) «senza citare Caparezza: il secondo disco è sempre il più difficile».

Ma quello del secondo disco, allora, è un cliché o in qualche modo c’è una verità? chiedo. «No, no, di sicuro è difficile» (Cristiano). «Perché» (si intromette Riccardo) «uno può sempre pensare, vabbè, la fortuna del principiante, magari il primo disco è andato bene, poi però è dal secondo che si vede se c’è davvero sostanza.»

Passando a ricordi più personali, dico a entrambi che Catartica e Il vile sono stati i primi dischi di musica italiana a cui mi sono appassionato – poi ne sarebbero venuti molti altri, ma è sintomatico di che cosa hanno rappresentato in quel momento per molti ragazzi che li scoprivano. Quel tipo di feedback era piuttosto consueto. Altri loro ammiratori dicevano più o meno la stessa cosa. Riccardo: «Ricordo che questa cosa mi faceva molto piacere – per capire come eravamo noi all’epoca. Quando ci dicevano siete l’unico gruppo di rock italiano che ho nella mia collezione per noi era tanta roba… Avevamo un po’ questa suggestione in mente, di cercare di essere all’altezza – a livello di sonorità e di composizione – dei gruppi stranieri più blasonati. Il fatto di sentire che almeno per alcuni ci eravamo riusciti ci dava molta soddisfazione».

Ritorniamo un attimo a quando è stato registrato Il vile. L’idea originaria era, in un certo senso, “dimenticare” Catartica, anche per i motivi già detti. Sentivate anche una certa pressione nel farlo? Cristiano smentisce: «No, nessuna pressione. Eravamo talmente pervasi da questo nostra entusiasmo, da questa voglia di fare che no», pressione non ce n’era. «Anche perché Catartica, quando uscì andò abbastanza bene. Per molto tempo non abbiamo veramente saputo realizzare che cos’era diventato, un caposaldo del percorso alternative del rock italiano, e che sarebbe stato così importante. Sapevamo di aver fatto un bel disco che aveva sicuramente creato i presupposti per molti riscontri positivi, il pubblico ce lo dimostrava, ma non abbiamo mai veramente percepito una pressione inibente, paralizzante. Poi c’è una beata incoscienza ogni volta che facciamo un disco, l’entusiasmo di voler fare qualcosa di bello. Fine».

Riccardo allora ci ricorda che «trent’anni fa non c’era Internet, non c’erano i social. Adesso hai un feedback molto più rapido su quello che sta succedendo. Invece noi andavamo in giro a suonare nei piccoli festival, piccoli club, ricevevamo delle lettere, avevamo scritto sull’album che “per dialogare” c’era una casella postale: i nostri feedback erano quelle cose lì, lettere che arrivavano magari settimane dopo… C’era tutta un’altra inerzia, ti sentivi più nella tua bolla, un po’ isolato, non sapevi bene che cosa stesse succedendo intorno a te, e anche su di te. Da una parte era strano, pensando a com’è adesso, però dall’altra era più facile essere concentrato, a fuoco, su quello che stavi facendo. Andavamo in sala prove, nessun whatsapp o posta da scrivere, video da fare, eravamo lì a registrare e a lavorare al nostro disco.»

E allora Cristiano entra deciso come se la sua chitarra dovesse sovrapportsi con un riff: «Che bello, questa di whatsapp è veramente un’immagine… uah. Voi neanche potete capirla questa cosa, non potete capire che c’è stato un tempo in cui non c’era tutto questo.» «Nessuno con il laptop che rispondeva alle mail.» «C’è qualcuno qua che sta rispondendo alle mail in questo momento….». Cristiano guarda le ragazze della casa discografica che nel frattempo continuano il loro lavoro. Le voci ora si incrociano e si sovrappongono:

«Quindi noi andavamo in sala prove, suonavamo, registravamo sulle audiocassette.» (Riccardo) «Nessuno ci chiedeva di fare un videino, c’è da spingere su questa data, bisogna fare il videino. Ciao ragazzi, suoneremo il 21 di novembre. Ma vaffanculo…» (Cristiano)

«La sostanza era quella, quando si era in sala prove eravamo tutti a fuoco su quella cosa e basta» (Riccardo). «Facevamo i musicisti un po’ più a tempo pieno di adesso» (Cristiano).

Troppa comunicazione distrae?

Risponde Riccardo: «È diverso, hai la velocità di risposta, ma hai anche tante distrazioni. È più difficile essere concentrati su quello che stai facendo. Dedicare una giornata a fare una cosa sola pare impossibile, ma per tutti, non solo per noi».

Chiedo a questo punto del lavoro in studio, se qualche brano li aveva fatti tribulare e sudare prima di arrivare alla versione finale.

Cristiano: «Il ritornello di Ape regina è stato difficilissimo, non lo trovavamo. Poi ricordo il ritornello di Retrattile: avevo pensato a tutta un’altra cosa. Marco Lega mi disse: Fa cagare questa cosa qua. E io: Ma come, a me piace. Allora mi metto lì la notte, ribalto tutto, arrivo il giorno dopo con, Probabilmente io meritavo di più, vedo Marco che sorride, mi abbraccia e dice: Questo è bellissimo».

Ape regina era un vecchio pezzo, ma era molto diversa all’inizio?

«No, in realtà era molto simile. Il ritornello no, quello infatti fu lo scoglio principale. Era molto simile, solo che era suonata con un’irruenza che non era quella che avevo in testa quando avevo pensato al disco. Suonava come un ta-ta-ta-ta. Invece no, doveva essere pa, pa-pa. Doveva essere marziale, trattenuta. Con la produzione poi ci avvicinammo a quello che avevo in mente.»

L’agguato invece?

Sempre Cristiano: «Mi ricordo – ogni tanto sono contento di me stesso, altre volte invece ho dei cedimenti di memoria clamorosi – che il titolo provvisorio che avevamo dato alla canzone in finto inglese era Stormy Weather. Secondo me non avevamo cominciato a scriverla dall’inizio, ma dalle botte hard rock che sono nella seconda parte del pezzo. Tutto quel serpentone della prima parte, le strofe eccetera, venne poco alla volta dopo.»

Riccardo: «E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare: mi ricordo che in studio con il produttore c’è stata una lunga battaglia, perché a lui quel pezzo non piaceva». Infatti è l’unica canzone di cui Marco Lega non è accreditato per la produzione, lasciata alla band. «Litigammo e lui disse fate quel che cazzo volete ma non mettete il mio nome su questo pezzo». (Cristiano).

Ma c’era un motivo particolare?

«No, lui non voleva metterlo nel disco e noi c’eravamo incaponiti…».

Perché non gli piaceva il pezzo o per il suono?

«Il pezzo. Sentiva che non c’entrava un cazzo con il resto» (Cristiano).

«Forse, un po’ aveva ragione» (Riccardo).

«Un pochino sì. Diciamo che ha un mood diverso da tutto il resto del disco» (Cristiano)

«Il disco è molto cupo, invece quello pezzo è un po’ più pop» (Riccardo).

A proposito, che rapporto c’era con Marco? Una persona importante ma con cui avete avuto degli scontri.

Riccardo: «Eravamo tutti e due – tutte e due le parti, Marco Lega e Marlene – molto appassionati. Marco era il tipo che diceva questo va bene, questo è fighissimo, questo fa cagare. Quando diceva fighissimo, ovviamente eravamo d’accordo, ma quando diceva fa cagare…».

Nessuna mezza misura insomma.

Cristiano: «Sì, sì. Questo ci sta in una produzione. Aveva delle sue difficoltà a relazionarsi con il mondo e questo creava spesso i presupposti per delle tensioni tra di noi. Ce ne sono state e di importanti, però gli volevamo bene. E anzi, lo ammiravamo molto. Io ero molto intrigato dalla sua intelligenza, dalla sua abnegazione.»

E Riccardo: «Non era facile relazionarsi con lui, però aveva le sue idee, e credo che ci abbia aiutato molto a sviluppare le nostre. Noi eravamo determinati, però lui ci ha insegnato a esserlo ancora di più su alcuni aspetti.»

Il Vile è stato un momento decisivo per il gruppo. Li ha fatti conoscere anche a un pubblico nuovo, e più grande. Voi all’inizio vi eravate dati come missione un po’ quella di farcela, di riuscire comunque a diventare musicisti di professione. Quando avete avuto la percezione che ce l’avevate fatta davvero?

Cristiano: «Ma io per tanto tempo sono andato avanti a dire: progetti per il futuro? Quando mi si faceva questa domanda – probabilmente qualcuno avrà pensato che lo prendessi quasi per il culo – rispondevo: continuare a fare il musicista nella vita. Era una speranza, non una certezza. Per molto tempo ho pensato di dover lottare sempre, di stare in guardia. Perché credevo che prima o poi la favola sarebbe potuta finire. In fondo, da ascoltatore, pensavo a tutta la generazione precedente alla nostra, quella dei Litfiba, dei Diaframma: loro sono rimasti, ma c’era stata una pletora di gruppi anche bravi che erano durati uno o due dischi e poi erano morti. Quindi la statistica e la realtà ci dicevano che c’erano delle ottime possibilità che la nostra favola potesse finire in fretta, no?».

Con una proposta che rientrava poco nei canoni della musica italiana, era anche tutto più difficile. «Ah, sì, sì, fra l’altro. Poi non avendo la consapevolezza di quanto Catartica fosse un disco importante, per molto tempo, cioè ben oltre Il vile, ho continuato a non sapere quale fosse la concreta realtà. Forse da Senza peso in poi, lentamente ho capito che, oh, sto facendo il musicista nella vita, e lo farò ancora

Ecco, oltre al fatto di esservi imposti alle vostre condizioni, esserci riusciti venendo dalla provincia, piuttosto che da una grande città, era un motivo di orgoglio per voi?

Cristiano: «Questo sì. Ho sempre avuto un rapporto di amore-odio con la mia dimensione provinciale, però dopo essere riusciti a ottenere tutto questo, a essere al centro dell’attenzione nazionale… mi sono resto conto di una cosa a posteriori, che arrivare da Cuneo ci dava anche quella sorta di allure strana, per cui la gente si chiedeva: i Marlene da Cuneo? Che cazzo fanno i Marlene a Cuneo, com’è possibile? Era tutto un chiacchiericcio positivo, che alimentava un po’ la nostra leggenda».

Riccardo: «Sì, anche Paolo Bedini, che è stato uno dei nostri primi organizzatori e promotori di concerti, ci diceva stupito: però voi siete come degli alieni, no? Ritornando al discorso di prima sul fatto che non c’era Internet, non giravano foto, video dei concerti: lui diceva voi arrivate lì, nessuno vi ha mai visto prima, spaccate, il concerto è bellissimo, e poi andate via….»

Cristiano: «E ve ne tornate a Cuneo

Riccardo: «E tornate a Cuneo, quindi sparite di nuovo. Lui però lo vedeva come qualcosa che funzionava».

Vi ha un po’, tra virgolette, favoriti, per quanto riguarda l’originalità del vostro progetto artistico, vivere comunque in una dimensione più piccola, un po’ isolata.

Riccardo: «All’inizio la vedevamo come una limitazione. In una grande città avremmo avuto più facilità a confrontarci con altri musicisti, con altre realtà. Mi ricordo all’inizio, prima ancora di Catartica, quando ci spostavamo di provincia, andavamo a suonare magari in un festivalino, in quelle situazioni, arrivava il gruppo da Milano, e ci dicevamo, questi qua, cavolo, hanno gli strumenti più fighi, questi suonano, sono organizzati, sono di un altro livello, no? Sai, le cose che si pensano quando sei agli inizi. E io la invidiavo questa cosa, se fossimo stati anche noi di lì… Poi Cuneo non è solo provincia, ma è anche in una posizione marginale, se non vai a suonare a Torino o a Pavia è tutto lontano, devi macinare chilometri su chilometri. Anche questo lo vedevamo come un handicap. Anche qui però ci sono i pro e i contro: magari sei in una scena dove tutti finiscono per fare la stessa cosa, noi invece eravamo obbligati a essere noi stessi e basta, anche per questo è venuta fuori una musica un pochino più particolare, che ci ha distinti dal rock italiano che ci faceva in quel periodo».

Marlene Kuntz, foto di Fabio Marchiaro (2024)

A proposito, mi chiedevo appunto anche come avevate vissuto la scena italiana dell’epoca. Che è cresciuta anche grazie a voi con realtà che erano molto diverse tra loro, ma avevano creato una sorta di slancio collettivo.

Riccardo: «Ci sono tanti fattori che hanno contribuito a quello che è successo in quegli anni. Mi viene in mente il fenomeno grunge, che secondo me ha aiutato molto: oltre al fenomeno musicale in sé, è stato importante il discorso delle etichette indipendenti, dei gruppi che da lì arrivavano in classifica e quindi cominciavano a interessare alle major. È quello che è successo, un po’ più in piccolo, anche in Italia: le grosse etichette che andavano a vedere cosa facevano le piccole etichette, i giornalisti che andavano a vedere dove c’era fermento, e il pubblico che si incuriosiva e andava a sentire i gruppi anche se non li conosceva ancora. È stata una reazione a catena: il pubblico attirava i giornalisti, i promoter facevano concerti perché la gente ci andava, le major dicevano queste cose sono interessanti, allora investiamo per far fare dischi anche ai gruppi di queste etichette indipendenti. È durato più o meno fino alla fine degli anni ‘90, primi 2000. È stato un momento bello e siamo stati fortunati ad averlo vissuto.»

Qualcosa che oggi si è un po’ perso, non credete?

Cristiano: «Magari c’è altro, i giovani vivono le loro passioni, poi è chiaro che dal nostro punto di vista molte cose della musica di adesso, boh…non le capiamo, però con ogni probabilità ai giovani di oggi, quando avranno cinquant’anni, farà schifo la musica che faranno i giovani di domani.»

Riccardo: «Sicuramente è una cosa che non è sparita del tutto, ma c’è molto meno, è il concetto di band. Quando abbiamo iniziato a suonare, mi ricordo che, per quanto Cuneo fosse piccola, c’erano almeno una cinquantina di ragazzi che tutti i weekend si trovavano lì a provare, c’erano tanti piccoli gruppi che facevano le loro cose. Questa idea di suonare insieme, nel senso di trovarsi in quattro o cinque persone a vivere assieme l’esperienza del suonare, dello scrivere musica, a prescindere dal successo che si poteva avere oppure no, in effetti si è un po’ persa.»

L’ultima domanda, ovviamente riguarda il tour dedicato al Vile, ma che rapporto c’è tra questo tour retrospettivo e i nuovi progetti che immagino avrete?

Cristiano: «Noi con i nuovi progetti siamo fermi da un po’. Siamo fermi perché è frustrante fare dischi che non vanno da nessuna parte, che vengono presi gratis dalla gente e che non ti portano nessun tipo di remunerazione, ma questo non è un problema di Marlene Kuntz, è un problema di tutti. De Gregori cinque o sei anni fa disse ma perché devo continuare a fare dischi? Peraltro De Gregori ha un parco di pezzi clamorosi, gigantesco, lui va, suona, si diverte, fa la sua cosa e fa i concerti, dischi ha smesso di farli. Questo è un po’ il sentimento… Invece siamo sicuri che quando saremo in tour, se tutto va come è andato per esempio con il trentennale di Catartica due anni fa, fin dal primo concerto ci sarà grande eccitazione, con molta gente davanti a noi felice di esplodere, alcuni anche di pogare a cinquant’anni (e qui sospendo il giudizio…), mentre noi avremo voglia di suonare e spaccare come sempre. E sarà una randellata

Solo un’ultima cosa, come è nata l’idea dell’edizione illustrata del booklet curata da Alessandro Baronciani?

Riccardo: «È stato un suggerimento del nostro team. Una buona idea. Non conoscevamo Alessando di persona, però tutte le volte che lavori a un artwork lo fai con qualche altro artista, che può essere un grafico, un fotografo, un pittore. Non ci era ancora capitato di lavorare con un fumettista, ma è un altro esempio di collaborazione: quando lavori con un grafico gli fai sentire il disco, dici questi sono i brani, lui si lascia suggestionare, propone delle idee. Qui non c’è stato neanche bisogno perché Alessandro il disco lo conosceva già, è stato uno di quelli che ci ha scoperti grazie al Vile, e quindi ha dato la sua interpretazione. È proprio bello questo scambio tra artisti. Io ti do questo, tu mi dai qualcosa in cambio, che è il tuo modo di interpretare quello che ti abbiamo trasmesso noi. La cosa carina è che da un fumettista non abbiamo avuto solo un’immagine ma un micro racconto, una piccola storia, quindi una cosa davvero carina».

Mi congedo e li lascio alle loro interviste mattutine (con Cristiano che un po’ di disappunto per essersi dovuto alzare presto lo aveva manifestato). Non ho dubbi che sul palco onoreranno il loro album storico ma soprattutto il percorso che li ha portati – e ci ha portato – fin qui.

Marlene Kuntz, la ristampa de “Il Vile” con booklet di Alessandro Baronciani
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