Loving Every Minute. Intervista ad Alison Moyet

Una carriera intensa, quella di Alison Moyet. Una tra le voci più riconoscibili del pop inglese ritorna oggi con the minutes, un lavoro eccentrico ma coerente, che rispecchia appieno l’artista nel 2013 – mai così in forma come oggi. Niente reality show, niente tour confezionati per le “vecchie glorie” oltre il quindicesimo minuto di celebrità: ancora una volta, l’artista è andata dritta per la propria strada e stavolta l’ha fatto con la complicità di Guy Sigsworth, che conoscemmo con Imogen Heap nei Frou Frou e che abbiamo rintracciato nei credits di dischi come il primo omonimo di Seal, Psyence Fiction degli UNKLE, Homogenic e Vespertine di Bjork, Music di Madonna, What Sound dei Lamb e le ultime due prove di Alanis Morissette (Flavors of Entanglement e il più incerto Havoc And Bright Lights).

Genevieve Alison Moyet, “Alf” per gli amici più stretti, nasce il 18 giugno 1961 a Billericay, nell’Essex, da padre francese e madre inglese. È Basildon la città che segnerà la sua infanzia e adolescenza, che le permetterà di muovere i primi passi nelle band (post-)punk e soprattutto di conoscere colui che sarà il suo primo collaboratore importante, quel Vince Clarke che dopo aver formato i Depeche Mode e aver composto tutti i brani del primo album della band (eccetto Tora! Tora! Tora! e Big Muff), decide di mettere un annuncio e cercare una voce per il suo nuovo progetto. A rispondere è proprio lei, Alison Moyet, che oggi però dà una versione diversa dei fatti – i due già si erano già presentati quando lei aveva undici anni, semplicemente si ritrovarono e diedero vita, in fretta, a uno dei synth-pop act di maggior successo e più influenti dei primi anni Ottanta, con un’eredità raccolta negli ultimi quindici anni da Jyoti Mishra (White Town), La Roux ed Hercules and Love Affair (e non solo). La ricetta è tanto originale quanto semplice: una voce blues, “nera”, appassionata e potente che si fonde con la fredda precisione dei sintetizzatori e delle drum machine. La prima hit, Only You, è inizialmente donata ai Depeche Mode (che, ridotti a trio prima dell’arrivo di Alan Wilder in pianta stabile, nel 1982 danno alle stampe A Broken Frame) che la rifiutano; i riscontri che la canzone riceve sono lusinghieri tanto in Europa quanto oltreoceano (negli States il nome del duo cambiò in Yaz), e ben si comporta nell’airplay e nei club anche il lato B del singolo, Situation, specialmente dopo il remix curato da François Kevorkian. Seguono l’Lp Upstairs At Eric’s (1982, Mute Records in Europa, Sire negli Stati Uniti), i singoli Don’t Go/Winter Kills eThe Other Side Of Love, il sophomore You And Me Both (1983, il primo album della Mute Records a raggiungere la vetta delle classifiche inglesi) e un altro singolo fortunato, Nobody’s Diary, composto interamente dalla Moyet.

Ma Vince e Alison hanno due caratteri troppo diversi (“eravamo nella stessa band ma non siamo mai usciti insieme neanche per una birra“, ammette con rammarico lei), e tutto inizia a scricchiolare già al momento dell’uscita del secondo e ultimo full length del duo. Ciò che segue è ben noto: Clarke forma prima gli Assembly con Eric Radcliffe e incide il singolo Never Never con l’ex leader degli Undertones Feargal Sharkey per poi dar vita agli Erasure insieme ad Andy Bell, mentre la Moyet inaugura una proficua carriera solista con un contratto con la Columbia (“la casa discografica di Janis Joplin“, ricorda ancora orgogliosa) e un album, Alf (1984), che conquista senza fatica la vetta delle Charts grazie a un soul-pop “dagli occhi azzurri” in linea con quanto già piaceva al pubblico in quegli anni – si pensi al successo che ottennero No Parlez di Paul Young e Colour By Numbers dei Culture Club nel 1983. I singoli Love Resurrection, All Cried Out e Invisible (canzone firmata da Lamont Dozier), prodotti dall’allora premiata ditta Jolley & Swain (Imagination, Spandau Ballet) funzionano, ma ancora meglio andrà la cover di Billie Holiday That Ole Devil Called Love. Il successivo Raindancing (1987), anticipato dal singolo Is This Love? co-firmato da Dave Stewart degli Eurythmics celatosi dietro lo pseudonimo Jean Guiot, arriva dopo la partecipazione di Alison al Live Aid e le garantisce un buon airplay grazie a Weak In The Presence Of Beauty (cover dei Floy Joy) e Ordinary Girl. L’album contiene anche una collaborazione con i Lover Speaks, dei quali diversi anni dopo Annie Lennox riprenderà il brano No More I Love You’s per il suo album Medusa, ma non la fortunata cover di Love Letters – corredata da un video con French & Saunders – che comparirà su una release di Alison non prima del 1995, anno in cui uscì la raccolta Singles.

Gli anni Novanta vedono la Moyet alla ricerca di una nuova identità artistica. It Won’t Be Long, 45 giri che lancia il suo terzo disco solista Hoodoo (1991, Columbia), ottiene una nomination ai Grammy Awards, ma il nuovo materiale si dimostrerà meno radio-friendly rispetto a quello del passato. La Sony interviene a gamba tesa durante le registrazioni del successivo Essex (1994), spingendo Alison e i produttori Pete Glenister e Ian Broudie (The Lightning Seeds) a modificare la tracklist e remixare anche drasticamente alcune canzoni del lotto per renderle più appetibili. Se non altro, la “single version” di Whispering Your Name – scritta da Jules Shear, lo stesso autore di All Through The Night di Cyndi Lauper – ha il pregio di vedere di nuovo Vince Clarke al mix dopo tanti anni, e ci sarà una rivisitazione di Ode To Boy (in origine su You And Me Both degli Yazoo) più in linea con il brit-pop che negli anni conquistava le prime pagine dei principali magazine britannici. Nel 1995 Alison torna al primo posto della UK Album Chart con Singles, antologia ripubblicata un anno dopo con un live (dal sottotitolo No Overdubs), ma i rapporti con la casa discografica si fanno sempre più tesi.

Il tempo di collaborare con Tricky per l’album Nearly God e la Moyet si mette all’opera con gli Insects, il fido Pete Glenister e nuove firme che arricchiranno il suo nuovo disco, come quella di Eg White (già Brother Beyond ed Eg & Alice, poi autore di hit per Adele, Joss Stone, Natalie Imbruglia, James Morrison e Will Young) che scrive Say It. Hometime, il quinto album della cantante, esce nel 2002 per la Sanctuary (l’ultima uscita per la Sony sarà invece The Essential Alison Moyet). Il lavoro piace al pubblico, che lo fa arrivare in Top 20 nonostante la scarsa promozione, e alla critica; il rapporto con la Sanctuary va avanti e produce anche un disco di sole cover, Voice, con arrangiamenti orchestrali del premio Oscar Anne Dudley (ex Art Of Noise). Da Almost Blue e God Give Me Strength di Elvis Costello a The Windmills Of Your Mind di Michel Legrand fino a La Chanson des Vieux Amants di Jacques Brel, l’album è una carrellata di interpretazioni intense, che risaltano ancora di più nel DVD live One True Voice.

Nel 2007 Alison cambia nuovamente casa e si trasferisce alla W14, etichetta del gruppo Universal Music che dà alle stampe The Turn. Si punta prevalentemente su ballate malinconiche (come il singolo di lancio One More Time) ma si inciampa anche in goffi tentativi di emulazione degli Scissor Sisters (A Guy Like You); in scaletta ci sono anche tre brani scritti per un musical, Smaller. Seguirà un silenzio discografico interrotto dalla reunion degli Yazoo (per l’occasione escono il box set In Your Room e, in seguito, il doppio live Reconnected) e una terza compilation, 25 Years Revisited, che comprende anche nuove versioni dei classici storici.

Oggi, dopo che le label inglesi si sono sfregate le mani immaginando la Moyet in un reality show a promuovere cover jazz che potessero servire – chissà – anche come sottofondo di qualche spot pubblicitario, la signora del pop inglese sorprende il pubblico ancora una volta: undici canzoni con una chiara matrice elettronica che però hanno ben pochi punti di contatto con il repertorio degli Yazoo. Si guarda persino al dancefloor in Right As Rain e al dubstep nell’opener Horizon Flame. Lei stessa scopre le carte in tavola già dalle prime battute: “suddenly the landscape’s changed“… la Cooking Vinyl (casa discografica che negli ultimi anni ha accolto i Cranberries, i Cult di Ian Astbury e Billy Duffy ma anche gli Echo and the Bunnymen e, più recentemente, Billy Bragg) ha creduto nel progetto e, grazie alla scelta di un singolo forte come When I Was Your Girl, Mrs. Moyet è tornata nella Top 5 in Gran Bretagna.

Com’è nata l’idea di intitolare l’album the minutes?

Tutto è partito da una canzone, Filigree, che descrive la sensazione che ho provato quando mi sono trovata in un cinema a vedere The Tree Of Life di Terrence Malick. La trama procedeva lentamente, in mezzo a persone che uscivano sfiduciate dalla sala prima degli ultimi minuti, che poi sono quelli più intensi e che meglio aiutano a comprendere l’intero film. Capita che ci sentiamo truffati quando la nostra vita non è un flusso di sola gioia, di sola felicità – ma siamo in grado di capire solo maturando che la felicità è godersi quei singoli, brevi minuti che rimangono sospesi negli anni, nelle ore.

Il disco è un deciso ritorno a sonorità elettroniche, ed è frutto dell’incontro con Guy Sigsworth. Come l’hai conosciuto?

Da tempo volevo realizzare un album elettronico, ma avevo bisogno di lavorare con la persona giusta. Qualcuno che fosse avventuroso, amasse sperimentare con i suoni con una buona padronanza della tecnologia di cui oggi disponiamo, ma che allo stesso tempo desse importanza alla voce (troppo spesso sacrificata, nei dischi electro degli anni Novanta) e alle melodie, come accadeva ai tempi degli Yazoo. E Guy ha le caratteristiche che andavo cercando: ha studiato clavicembalo a Cambridge, è attento tanto ai soundscape quanto alla musicalità. Siamo due persone socially awkward, con cui non è sempre facile approcciare, ma ci siamo trovati benissimo insieme. Entrambi avevamo in mente di creare un disco solido con una personalità forte e distintiva, e non una collezione di brani scritti e prodotti da una miriade di collaboratori per andare incontro a questa o a quella particolare fetta di pubblico. Non ci siamo curati granché dell’appeal commerciale del progetto e delle esigenze delle etichette, e sono andata ai colloqui con i discografici con le idee chiare e un prodotto già bello e finito; purtroppo mi sono scontrata con la mancanza di fiducia che molti hanno manifestato. Preferivano qualcosa di più, come dire, “sicuro”.

Rispetto agli altri co-autori e produttori con cui hai lavorato in passato (da Vince Clarke a Pete Glenister) qual è stata, a tuo avviso, la differenza più marcata nell’approccio di Guy verso il songwriting? Quanto tempo c’è voluto per sviluppare le idee e trasformarle in vere e proprie canzoni?

Dipende da canzone a canzone. Alcune sono nate da una melodia accennata alla chitarra, altre come Changeling si reggono su un loop e in altri casi ancora si è partiti dalla backing track e solo in un secondo momento sono venute fuori la melodia e le parole. In generale potrei dirti che abbiamo lavorato molto individualmente: a volte arrivavo da lui con un testo, e poi in base alle emozioni che gli suscitava si lavorava insieme sulla palette.

Nonostante il disco entri spesso in territori finora poco esplorati nella tua produzione solista, in the minutes ci sono anche diversi elementi che riportano al tuo passato. Una fusione riuscita di fasi diverse del tuo percorso artistico, visto che troviamo il soul, il guitar pop dei tempi di Essex, tracce di Hometime e gli archi che abbiamo ascoltato in Voice e The Turn… È solo una mia impressione oppure oggi sei un’artista più sicura delle tue capacità e una donna più a proprio agio con se stessa?

Assolutamente sì. Volevo creare un album che fosse un insieme di istantanee, di esperienze di vita viste con gli occhi di oggi, ma ho evitato accuratamente di riascoltare gli altri miei dischi e non mi sono fatta condizionare da ciò che passa oggi per radio. Siamo spesso influenzati da ciò che ci piace, ma anche da ciò che non ci piace – e stavolta volevo che emergessero i testi, le storie. Non sono interessata alle “acrobazie” vocali che troppo spesso viziano i brani delle artiste emergenti. La presenza degli archi ha più a che fare con il gusto personale di Guy che con quanto ho già registrato anni fa.

Mi ha colpito il fatto che il disco non sia affatto un mero nostalgia trip. Più che dagli Yazoo possiamo pensare che la rinnovata voglia di elettronica sia stata suscitata dalle recenti collaborazioni con Moby e My Robot Friend?

Non direi. Stavolta è stato un processo molto diverso: la musica che ascolti in the minutes è qualcosa di profondamente “mio”, mi rispecchia in toto; nelle collaborazioni sono stata coinvolta come vocalist, ma io mi vedo prima di tutto come un’artista.

Dopo essere stata in un duo di grande successo hai poi avuto riscontri commerciali importanti anche da solista. Esiste una ricetta segreta per restare rilevanti e influenti dopo una lunga carriera?

Non saprei, davvero. Ti confesso che da giovane non avevo un bel carattere, per esempio, e non sono sempre stata in grado di cogliere le occasioni che mi sono state offerte… Mi piace pensare che i fan abbiano visto in me non solo un’interprete, come ti dicevo prima, ma un’artista a tutto tondo con una propria visione riconoscibile, un proprio mondo da condividere, e in più credo di essere stata sempre onesta con il pubblico. Il gossip non mi è mai interessato, non rincorro affannosamente i trend e oggi se incido canzoni è perché sento di avere qualcosa da dire, curandomi poco di come si posizioneranno in classifica e di quanto venderanno.

Ti senti più libera, oggi, con Cooking Vinyl?

Quando sei sotto contratto con una major come la Sony, indubbiamente senti maggiori pressioni perché si spendono considerevoli somme di denaro per promuovere il tuo lavoro. Firmai un contratto con loro, al tempo, forte di un album degli Yazoo già arrivato al primo posto in classifica e lavoravano per avere gli stessi risultati, se non superiori. Nessuno oggi era preparato ad ascoltare un album come the minutes; andai all’incontro con la Cooking Vinyl con il lavoro già pronto. Niente cover, come volevano altre etichette. “Questo è ciò che desidero pubblicare. Prendere o lasciare”, dissi. Penso sia una tra le poche label che ancora investono sull’artist development, ed è davvero triste che troppo spesso oggi dai giovani si cerchino risultati immediati, spremendoli, magari usando la TV come trampolino.

I tuoi testi sono da sempre incentrati sulle emozioni, sui sentimenti, sulla vita di tutti i giorni. Hai mai avuto la tentazione di sconfinare nel commento politico? È da poco venuta a mancare Margaret Thatcher, tu come hai vissuto quell’era?

In quegli anni, al contrario di mio marito che era un giovane disoccupato con grosse difficoltà nel trovare lavoro, non ho mai dato molta importanza alla politica. Sebbene il mio background sia quello della working class, mi sono ritrovata all’improvviso su Top Of The Pops e con i dischi in cima alle classifiche: ero famosa, ho guadagnato parecchio agli esordi, e quindi non mi accorgevo di ciò che stava accadendo.

Hai accennato prima alle cover. Oltre a That Ole Devil Called Love, Ne Me Quitte Pas and Love Letters, hai registrato un intero disco di riletture, Voice. Come scegli i brani da reinterpretare? E quali sono i tuoi artisti preferiti?

Canzoni come Love Letters e Weak In The Presence Of Beauty sono state reinterpretate perché il mio management sapeva che sarebbero diventate delle hit. Col senno di poi mi sono persino stancata di quei brani, non li apprezzo più come un tempo. Voice non è semplicemente “un album di cover” per me, non è stato fatto con intenti commerciali ma è un vero e proprio labour of love, un disco di classic songs scelte per la loro qualità. Mi sono confrontata con altri repertori per esplorare le potenzialità della mia voce: mi piace molto la chanson francese, Brel, Michel Legrand, cose che non riuscirei mai a scrivere.

Di Legrand hai interpretato The Windmills Of Your Mind, portata al successo anche da Dusty Springfield. Quest’anno il Dusty Day (domenica 26 maggio) ha celebrato il cinquantesimo anniversario del suo primo disco solista… tu e Sinéad O’Connor eravate ai cori di una delle sue più recenti canzoni. È un’artista che ti ha influenzata? L’hai conosciuta personalmente?

Mi sono ispirata più alla versione di Petula Clark che non alla sua. Petula è una cantante strepitosa, ha una voce incredibile. A casa mio padre ascoltava musica francese, e quindi conoscevo il pezzo in lingua originale… poi vidi lei cantare il brano in uno show televisivo… Dusty ha senza dubbio influenzato molti, ma l’artista che ho sempre ammirato di più è Janis Joplin.

È vero che volevano che partecipassi a un reality show? Qual è il tuo rapporto con i talent e la reality TV? Qualche talento genuino, a tuo avviso, c’è?

Sì, ma non ero interessata. Avrei dovuto promuovere altre cover, ma io volevo andare avanti, non tornare indietro. Non mi capita mai di andare a riascoltare brani di artisti dei talent: trovo deprimente questo tipo di show, il più delle volte va bene semplicemente per chi ricerca la celebrità fine a se stessa.

Il 20 aprile è stato celebrato il Record Store Day. iTunes e Spotify hanno cambiato le modalità della tua fruizione della musica?

Uso Spotify e credo sia uno strumento utilissimo per scoprire nuova musica. Può essere utile anche scaricare singole canzoni, creare playlist, ma vorrei che chi si approccia al mio nuovo lavoro vedesse non undici singoli pezzi, ognuno a sé stante, ma undici parti di un racconto, di un discorso unitario che meriti di essere ascoltato per intero.

Hai sperimentato con il teatro e con i musical. Scriveresti un libro?

C’ho pensato più di una volta, ma alla fine ho sempre accantonato l’idea. Ho scelto comunque un mestiere che, attraverso i testi che compongo, mi ha reso possibile “toccare” le vite delle altre persone ed esporre me stessa. Ci si apre agli altri raccontando storie, ma non per forza bisogna farlo per mezzo di un romanzo.

Com’è il tuo rapporto con i fan? Hai qualche esperienza particolarmente positiva (o negativa) che ricordi, in trent’anni di attività?

Il rapporto con la mia fanbase è splendido. I fan sono spesso cresciuti con me e hanno abbracciato i miei cambiamenti… non solo perché la voce che hai a cinquant’anni non è la stessa di quando ne hai venti, ma anche i contenuti, i linguaggi, necessariamente cambiano ed evolvono insieme a noi. Tra chi mi segue c’è certamente chi ama una fase della mia carriera più delle altre… Ho avuto la fortuna di iniziare alla fine degli anni Settanta, in un momento di grande fermento musicale, artistico e intellettuale: c’era chi ascoltava il prog, chi abbracciava il punk, ma non era raro ascoltare David Bowie e subito dopo i Pink Floyd. Oggi si bada troppo ai demographics, si osa poco e si spazia poco. Me ne rendo conto quando sento ciò che i miei figli ascoltano alla radio.

Eri a scuola con Martin Gore, Andy Fletcher dei Depeche Mode e con Perry Bamonte, che è stato un membro dei Cure. Qualche ricordo o aneddoto particolare su di loro?

Ero molto amica di Perry, un personaggio inusuale, imprevedibile. Mentre Andy e Martin erano i classici bravi ragazzi, gli alunni diligenti che arrivavano a scuola sempre con i compiti fatti a casa, Perry era un ribelle, un irregolare. Un maverick.  

Molto bello il video di When I Was Your Girl, in cui ti vediamo con tua figlia. I tuoi figli sono coinvolti nella tua carriera? Ascoltano i tuoi dischi? Suonano qualche strumento?

Mia figlia è un’artista a tutto tondo, suona la chitarra, il banjo, il pianoforte e canta da soprano. È stato interessante girare il video con lei: era una giornata terribile, pioveva e faceva freddo, ma è stato emozionantissimo. La canzone stessa è una riflessione sul passare del tempo, sulla condizione umana e su come cambiano negli anni le nostre percezioni.

Quale consiglio daresti a un giovani talento? Collaboreresti, inoltre, con colleghe che sono emerse negli ultimi anni come Adele ed Emeli Sandé?

Tendo a separare sempre di più me stessa dal resto del music business, sceglierei quindi artisti con cui sento davvero di avere qualcosa da spartire indipendentemente dalla loro popolarità. Non ho mai avuto l’ambizione di duettare con qualcuno, se non con Elvis Costello, ma tra i talenti emersi negli ultimi anni apprezzo moltissimo Guy Garvey degli Elbow. Un consiglio ai giovani? Lasciate perdere i reality. Mettete su una band.

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