Lo spettacolo sonoro della scienza. La musica dei Deproducers, intervista a Gianni Maroccolo
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Edoardo Bridda
- 27 Agosto 2023
I Deproducers sono un collettivo operativo già diversi anni. All’inizio erano Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Riccardo Sinigallia e Max Casacci e con loro c’era Howie B. Assieme si sono posti l’ambizioso obiettivo di divulgare la scienza in un modo nuovo, musicandola, trasformando cioè testi e argomenti di una conferenza scientifica in un’esperienza musicale immersiva e alla portata di tutti. Ad ispirare la loro musica, un misto di tradizioni musicali che vanno dalla Germania (krautrock e musica cosmica) alla Gran Bretagna (ambient, IDM), dalla Francia (musica concreta) all’Italia (la nostra tradizione legata alle colonne sonore). A cambiare, di volta in volta, sia i membri che il progetto.
All’inizio con la collaborazione dell’astrofisico e direttore del Planetario di Milano Fabio Peri è stato esplorato l’infinitamente grande, il racconto in musica dell’universo (Planetario), oggi l’obiettivo è il suo opposto, l’infinitamente piccolo, in mezzo c’è stata una interessante parentesi botanica con Stefano Mancuso, uno studio sui “sensi” delle piante.
DNA è il progetto che il collettivo sta presentando sui palchi italiani tra cui quello del Karel Music Expo di Cagliari il 2 settembre 2023. Assieme a loro c’è il filosofo evoluzionista Telmo Pievani ma anche Marino Capitanio che ha curato i visual. Oggi i deproducers comprendono i tre membri fondatori con Roberto Angelini a prendere il posto di Max Casacci, posto il suo che è già stato occupato nel recente passato da Adriano Viterbini e Giuvazza.
Deproducers nasce dall’urgenza di esplorare il connubio tra musica e scienza. Un collettivo più che una formazione che si è riproposto fin dal principio di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile. A chi è venuta l’idea del progetto e chi sono i membri stabili? Come si sono evolute le cose nel tempo?
Sì, credo sia corretto definire i Deproducers un “collettivo”. L’idea iniziale del progetto risale ad una decina di anni fa e fu di Vittorio Cosma. Fui lui a proporre a me, Riccardo Sinigallia e Max Casacci di ritrovarci per sperimentare un po’ insieme e conoscerci. Quattro produttori, ma anche quattro musicisti con esperienze artistiche e percorsi molto diversi tra loro, disponibili a mettersi in gioco per creare un progetto di insieme che andasse oltre l’idea di un tipico supergruppo.
Le prime session di pura improvvisazione furono sorprendenti nonostante le personalità molto forti di ognuno di noi abbiano creato inizialmente qualche comprensibile frizione….. quattro produttori in studio con altrettante visioni della musica e del suono… è stata quella la sfida iniziale; trovare un modo naturale di fare sintesi tra le nostre idee, di creare il nostro “insieme”, e di scordarci il più possibile di essere dei produttori quando si suonava e si componeva. Superati questi ostacoli venne fuori il nome “Deproducers” appunto e, da lì a poco arrivò l’idea, sempre di Vittorio, di canalizzare ciò che stavamo componendo in “musiche per conferenze scientifiche”.
Vittorio assistette ad una performance/lezione di Fabio Peri al Planetario di Milano e ne rimase folgorato. Venne proposto a Fabio di partecipare a quello che di fatto sarebbe diventato il primo volume della nostra “collana di musica per conferenze scientifiche”: Planetario. Quindi, musica strumentale e uno scienziato come voce narrante e frontman del collettivo, a divulgare in modo poetico e con un linguaggio accessibile a tutti, la scienza, in questo caso, l’Astronomia. Da allora, abbiamo cercato di trovare una nostra ragion d’essere forte e condivisa e pian piano credo che ci siamo riusciti. In questo percorso (dopo DNA) Max ha abbandonato il progetto e altri si sono uniti a collaborare con il collettivo: Adriano Viterbini, Roberto Angelini, Giuvazza e molti altri.
deproducers è una sorta di side project o qualcosa che si è dato una continuità e un’evoluzione futura? Sicuramente il lavoro che vi siete dati ha una caratterizzazione molto “a progetto”, ovvero esplorare l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo come “la vita segreta delle piante”
Rimaniamo un vero e proprio collettivo. Deproducers fa ormai parte della nostra vita artistica e non è vissuto da nessuno come un side project, ma come qualcosa di molto speciale; un’alchimia preziosa da affrontare, coltivare, e condividere. Non ci diamo scadenze; attendiamo l’ispirazione e di avere tutti un po’ di tempo a disposizione per poterci concentrare su ogni “capitolo”. È un processo creativo molto lungo. Una volta scelto l’argomento si ricerca lo scienziato o il divulgatore con cui confrontarci, dopodiché si fanno diverse sessioni di registrazione in studio per comporre la musica per ogni micro argomento del concept, per poi passare alla vera e propria stesura compositiva dei brani e dei testi. Si parte quasi sempre da flussi dettati dalle suggestioni elaborate da Vittorio e Riccardo con lo scienziato.
E questo è uno dei momenti più emozionanti dove (un po’ come accade al pubblico ai nostri spettacoli) ci ritroviamo a scoprire universi a noi sconosciuti o quasi. Arrivati alla fine di questo percorso si parte a progettare lo spettacolo dove il materiale musicale e testuale viene riadattato ad hoc per la dimensione live che ovviamente non è identica al disco. Qui subentra Marino Capitanio per la creazione di tutti i contenuti visual e poi ovviamente Ala Bianca, che ci supporta editorialmente e discograficamente, e Imarts che ci organizza gli spettacoli.
Macro-concetto a parte, in cosa si distingue musicalmente parlando il nuovo progetto – DNA – da Planetario nato dalla collaborazione con Fabio Peri?
Innanzitutto dalla line-up. Planetario è stato prodotto da Howie B e alla batteria ha suonato Dodo Nkishi. Il disco nacque da interminabili session improvvisate. Flussi spaziali e sonorità se vogliamo dal sapore psichedelico anni ’60. Un disco molto suonato, con poca elettronica. Sotto il profilo del suono Howie nei mix ha ricercato la semplicità e la naturalezza sonora delle riprese. Dna, così come Botanica, lo abbiamo prodotto da soli. Per DNA si è scelto di lavorare in due fasi: una prima fase compositiva libera sia musicalmente che a livello sonoro e flussi molto dilatati. Una seconda fase dove abbiamo fatto un po’ di editing creativo per poi fare sperimentare ulteriori overdub.
A questa fase hanno partecipato anche Simone Padovani, Eugenio Finardi, Simone Filippi e Tullio De Piscopo alla batteria. Quando poi sono arrivati i micro temi e i testi curati da Telmo Pievani insieme a Riccardo e Vittorio, abbiamo appoggiato le musiche che ci sembravano più adatte ad ogni singolo tema del disco e dello spettacolo. Anche questo disco è molto ricco di parti suonate e di overdub per cui è stato complesso fare sintesi e realizzare i missaggi, ma alla fine si è trovato il giusto equilibrio. L’ importante era non perdere la magia visionaria che si era creata in studio durante le registrazioni.
I deproducers cercano di rendere in musica il “viaggio della scienza” o anche di tradurre l’oggetto analizzato dalla scienza in suoni? C’è una componente sinestetica in ciò che fate?
Premesso che ogni volume è sempre nato in modo diverso dal precedente; Botanica ad esempio è stato quasi interamente composto nella sale del Conservatorio di Cremona dove abbiamo avuto a disposizione per giorni tutti gli strumenti di un’orchestra classica. E paradossalmente è il disco dei Deproducers dove si è fatto maggior uso di elettronica e di campioni.
Affrontando la produzione di Botanica ci eravamo detti di usare suoni concreti…. natura, legni, corde, pelli etc… proprio per essere più vicini possibile ai suoni delle piante. Ma abbiamo sempre preferito evitare di tradurre la scienza in suono lasciandoci trasportare dalle suggestioni dei temi trattati. Una delle finalità credo sia quella di facilitare attraverso il coinvolgimento emotivo della musica, la scoperta e la comprensione di temi scientifici. Ricordo quando siamo andati alle Isole Svalbard con Stefano Mancuso e abbiamo improvvisato una suite davanti al Global Seed Vault. Non ci siamo posti il problema di essere didascalici a livello sonoro, ma di trasformare in musica le nostre emozioni nel ritrovarsi nell’ultimo lembo di terra abitato nel nord del pianeta di fronte alla Banca mondiale del seme.
A che tradizioni musicali vi siete rifatti e amate per rendere musicalmente il materiale scientifico che avete di volta in volta deciso d’interpretare? Krautrock e corrieri cosmici, le derive più ambientali delle wave musicali degli 80s e 90s? Il post rock dei 00s? L’IDM di scuola Warp? Per l’abbinamento tra spoken e tutto questo sicuramente Massimo Volume e El Muniria hanno rappresentato in Italia un ottimo precedente…
Beh, dura risponderti a nome di tutti. Non credo che ci si rifaccia a qualche artista o genere in particolare, ma è altrettanto vero che ognuno porta dentro di sé un suo background musicale che per forza di cose determina il tuo essere musicista. Nel mio caso: sicuramente il Krautrock e i suoi corrieri cosmici, Neu! su tutti. Lo spoken invece secondo me in tutto e per tutto rappresenta Riccardo.
A cosa stai lavorando in questo periodo? Quali i progetti in cantiere? Cosa ti ha soddisfatto di più fare tra le cose che hai fatto?
Con i Deproducers stiamo elaborando il prossimo lavoro. Non solo scienza, ma un progetto ritagliato sul presente dell’umanità dal punto di vista sociale, etico e civile. A livello personale ho appena chiuso un album realizzato a quattro mani con Hugo Race. Un incontro davvero sorprendente sia a livello umano che artistico. Poi cosa ci sarà è un po’ difficile da dirsi. Dopo la produzione artistica dell’ultimo lavoro di Edda ho deciso di fermarmi. Stimoli ce ne sarebbero, ma rimane l’incertezza sul capire che senso possa avere un mio disco o un mio progetto solista, in questo periodo mutante.
Quale utilità, quale contributo, perché. Ormai alla mia età non riesco a concepire qualcosa di musicale che non abbia una forte ragion d’essere quindi, vedremo, che tanto prima o poi le motivazioni si manifesteranno come sempre in modo naturale. E riguardo al mio passato beh… mi ritengo fortunato. Tanti progetti mi sono rimasti nel cuore… A parte Litfiba e Csi, il Cpi, Acau ovviamente, sono molto affezionato a “vdb23/nulla è andato perso”; esperienza umana e artistica intensissima vissuta insieme a Claudio Rocchi prima della sua scomparsa. Poi mi sono piaciuti gli esperimenti di “alone” e per quanto riguarda le produzioni artistiche, in assoluto la collaborazione all’ultimo disco di Edda.
Dopodiché la cosa più sorprendente che mi sia capitata di recente è senza dubbio “ilMaroccolario”, una sorta di pubblicazione enciclopedica di quanto da me combinato in questi 40 e passa anni di musica. Un dono inatteso che si è realizzato grazie alla passione del curatore Giuseppe Pionca e della Libriaparte Edizioni che ha pubblicato il libro. Tra visionari ci si riconosce.
